VUOI INSERIRE IL TUO BANNER QUI? VUOI PUBBLICIZZARTI? ALLORA SCRIVI A: heavymetalmaniac1@libero.it

domenica 29 maggio 2016

DEE CALHOUN - Rotgut (Review)

Full Lenght - Argonauta Records
(2016)

Dal profondo degli  Stati Uniti, da angoli oscuri e dispersi, da un ventre molle fatto di perdenti e sconfitti, in cui la speranza e il sogno americano muoiono e il futuro è la galera quando si è fortunati o il deserto senza  degna sepoltura quando va male, un ventre materno, ma solo di profonde ed amare delusioni, quaggiù, nel livello  basso della vita, si ode il canto di Screaming Mad Dee...
Cantante storico della Doom band Iron Man, Dee da alle stampe il suo primo album solista, fatto di pezzi che racchiudono brandelli della sua vita e idee di più di 20 anni di carriera, e ragazzi miei, “Rotgut” merita veramente il biglietto di sola andata verso la Route 66(6) del decadente impero americano. Progetto acustico e profondamente Blues, “Rotgut” è un ritorno alle radici di quel Country che fa della frontiera la sua bandiera, ma che poi si perde tra le strade polverose del deserto, passando per distese di grano e foreste senza confine, tra villaggi fermi al 1800 per arrivare a lambire le periferie delle città, tra bar infimi e luridi e gente dallo sguardo vuoto e vitreo, che ti racconta di quando tutto poteva essere e non è stato, e che per quanto ci si sforzi, tutto è inutile, il whisky è la sola medicina dell'anima e la ricerca di quell'ultima, fradicia sigaretta,  lo scopo della giornata.

Malinconico e notturno come solo chi ha visto la durezza della vita con i propri occhi, Dee Calhoun dipinge con la sua splendida voce fallimenti,  ma anche piccole fugaci vittorie , e profonde, significative miserie assortite in cui chiunque ci intravede la propria personale esperienza e vi annega il proprio sconforto come può. Lucido, intimo e sognante per quanto comunque racchiuso nel tipico stile da storyteller  degli anni 60, il nostro Mad Dee ci entra dentro, le sue canzoni strisciano sottopelle e senza che ce ne accorgiamo ci trasporta dove lui vuole , il tutto  con una chitarra acustica, un'armonica e la sua voce roca. Da questo punto di vista Dee ha già vinto, ci ha già raccontato la sua triste storia e sardonicamente di sorride perché sa che anche se lo ignoriamo, ci ha reso parte del racconto, siamo noi la sua prossima storia da raccontare, siamo noi i perdenti, e lui ha vinto, almeno stavolta. Inutile sperare in meglio, il treno della vita che passa una volta sola è perso per sempre, e se anche ci siamo saliti, siamo miseramente senza biglietto, tra gli accordi tristi e reiterati delle sue canzoni. 

Bravo Mad Dee, ci hai reso parte della tua vita, ci hai fatto sognare, ci hai fatto vivere altre vite, esperienze, sensazioni e desideri che non ci appartengono, ma che per il lasso di tempo di un pezzo Blues, ci sono state familiari, come un paio di vecchi stivali da cowboy. Grazie a te ora siamo in grado di capire che forse l'oro che luccica da quelle colline non è che un'illusione, tenere i piedi a terra è più importante che sognare, e, fa male dirlo, forse proprio il sognare è un lusso che non ci si può permettere. Alla fine del viaggio di “Rotgut”, dal titolo “At Long Day's End” si ha forse la risposta a ciò che ci hai, suppongo, chiesto fin dall'inizio, ossia ne “valeva la pena ascoltarmi?” Per me è un si.  Grazie Dee, grazie per averci fatto compagnia e reso una cosa sola con i tuoi ricordi e le tue storie, ci hai arricchito ma allo stesso tempo svuotato, perché il mondo ora non è più come prima, è, se possibile, più triste, e per quanto domani sia un' altro giorno per quei pochi che ancora sorridono al mattino, sappiano che hanno drammaticamente una ragione in meno per farlo. Chi come me non ride più dal '92 continuerà a non farlo, ma almeno ora le spalle sono un po' più leggere, il fardello di vivere è stato condiviso e compreso, anche solo per i pochi minuti che ci separano dalla fine di “Rotgut”. Dopo l'abum solista si Steve Von Till e molto prima ancora quel “Jar Of Flies” sussurato da Layne Staley, ecco un' altro piccolo gioiello di oscura storia Country americana. So Long Cowboy!

Recensione a cura di: D666
Voto: 85/100

TRACKLIST:
01. Unapologetic  04:25
02. Rotgut  04:19
03. Not Everyone Wins a Prize  03:47 
04. Little ‘Houn, Daddy ‘Houn  03:27 
05. Babelkowa  04:49
06. Backstabbed in Backwaterm  04:55  
07. The Train Back Home  06:03
08. Sincerely Yours  04:21 
09. Deifendör  01:40 
10. Cast Out the Crow  05:50 
11. Winter: A Dirge  03:49 
12. At Long Day’s End  05:28
TOTALE: 53:00

Nessun commento:

Posta un commento