10/10/17

'68 "Two Parts Viper" (Recensione)

Full-length, Cooking Vinyl 
(2017)

Un Gesù Cristo nato negli Stati Uniti si sarebbe battezzato nel Mississippi e ci avrebbe dato parabole in blues. Non in gospel e non in soul, roba da seguaci, da adoratori in estasi mistica. Cristo suonerebbe il genere di chi ama troppo e s'è dannato l'anima. Quasi te lo vedi, piuttosto che digiunare senza fare un cazzo nel deserto giudeo, sarebbe in cammino per la Death Valley solo con una chitarra e i "diavoli blu".
Di sicuro se lo vede Josh Scogin, che per i suoi '68 sceglie proprio le sabbie del desert rock come ambientazione. La "missione per conto di Dio" era annunciata fin dall'inizio: alla base del progetto c'è la voglia di dare più spazio al suo punto di vista personale e spirituale. "Spirituale", notare bene, che non è per forza uguale a "cristiano". Certo, non è che per questo vada via l'etichetta di "christian band". 
Ora, non so per voi ma per me qualunque genere col prefisso "christian" fa schifo già in partenza. Voglio dire, il rock è ribellione, no? Capirete che per dare un ascolto a questo lavoro abbia avuto più che buoni motivi. Di questi bastino già la figura e la carriera di Scogin stesso. Nel 2000 prende il microfono con i Luti-Kriss, poi ribattezzati Norma Jean. Metalcore sincero, che per il genere è cosa rara, e nient'affatto male. Con loro conosce l'altro Josh, Doolittle. Stando al racconto di Daniel Davison, batterista del periodo, un bel dì Doolittle s'è portato tutti in chiesa, attuando praticamente una conversione di massa e condannandoli a essere "salvati" (come dicono loro). Scogin se ne va dopo due anni e due dischi e fonda i The Chariot, una delle robe più fighe che abbia visto quest'epoca perduta e senza dio. Pure quella una band cristiana eh, ma più o meno alla maniera di Mariano Giusti di Boris (la serie tv; se non l'avete vista per voi non c'è salvezza). Non proprio il genere che i boyscout suonerebbero intorno al fuoco del campeggio. Chiuso nel 2013 il capitolo The Chariot, il registro cambia completamente. Mette via gli atteggiamenti da manicomio criminale, recluta McClellan alla batteria e a modo suo va alla riscoperta del roots rock. Ispirandosi a dei Black Keys in versione scorticata, il duo dei '68 pubblica il singolo "Midnight" sempre nel 2013, cui seguirà l'anno dopo il primo full lenght "In Humor and Sadness". 
Dicevamo all'inizio del desert rock; lo stoner è infatti il sostrato musicale cui si aggiungono influenze noise e un mood teso al grunge (ma un filo meno moccioso). Questa commistione cresce ancora in questo "Two Parts Viper", portando alla luce una quantità di - boh?! - vogliamo chiamarle influenze? Forse "riferimenti culturali" è più azzeccato. Le parti vocali sono un canto sommesso che si avvicenda a urla strette tra i denti, come da buona tradizione primi '90, e infarcite di "wooh!" e "yeah". Imitazioni ora di John Garcia, ora di Kurt Cobain. Amarcord di quando in radio giravano i coyote e i gesucristi straccioni dei tempi nostri. Il frasario di Scogin è sempre altisonante e tamarro, con uscite del peso di "if you hear my name, it'll be too late" o ancora "death is quick but it can last too long" (la traduzione di tutta la strofa è, più o meno: "forse ho ragione, forse ho torto; a morire fai presto ma poi resti morto" - sei proprio tu John Wayne? E io chi sarei?). Il groove arriva a secchiate e la chitarra è talmente satura che in "No Apologies" la si può sentir crepitare. Le tracce hanno però quella vena pop: si aggrappano all'orecchio, ti restano in testa, arrivano talvolta a condizionare proprio il tuo umore, andando dal mood cafone dei primi brani per scendere man mano verso la malinconica conclusione. Un amico mi fa "ma che, questi sono a caccia di gnagna?". Non ha tutti i torti, perché si vede che Scogin sta facendo il gioco sporco. Vuole farsi ascoltare e sfrutta sottilmente le icone che tutti conosciamo. Tra l'abbondanza di effetti sonori, nella conclusiva "What More Can I Say" sento dei nastri riavvolti che fanno molto Fight Club (la scena "non sei la quantità di soldi che hai in banca..."). Trovo citazioni come "I'd rather burn than to fade away" in "Without Any Words", che pare tutta dedicata a Cobain (sentitevi tutto il testo). Perfino il tintinnìo dell'iniziale "Eventually we all win" ricorda qualcosa, questa volta Eulogy dei Tool. Non siamo nel mondo degli indie di merda però, e questo non è il compitino in classe sulle vostre conoscenze di cultura pop. Scogin si affida alla potenza della comunione, veicola il proprio messaggio sfruttando le icone. D'altronde cos'è Gesù Cristo, se non l'icona più grande di tutte? Una così ENORME che è stato di tutto dappertutto, nel sacro quanto nel profano. Talmente presente anche nel rock che s'è guadagnato un intero musical tutto suo. Beh pur essendoci, in questo disco non viene menzionato manco per sbaglio, perché in fondo si parla di persone e di quel che passa per la testa a ognuno di noi.
Perché (se mai è esistito) probabilmente Gesù era un disadattato che ha voluto un sacco di bene e ci s'è fatto male. Come capita a me, a voi, a chiunque. Pazienza se una volta tanto la croce non è rovesciata, o non siamo di fronte all'ultima frontiera del grindcore-progressivo-vegetariano (Fat Ed dixit). Chi se ne frega della cristianità, Scogin sta parlando di te nel tuo deserto. Gioca a fare il martire stile "perdona loro perché non sanno quello che fanno". Mentre se la prende col mondo ti ride in faccia, perché ha capito che sulla croce ci stai pure tu. Ognuno la sua croce, ognuno il suo deserto, ognuno il proprio cristo. Quando l'ascolto finisce, potresti chiederti: e se cristo non fosse cristiano? 
Recensione a cura di: Ivo "Mutilio" Palummieri
Voto: 79/100
Tracklist:
01. Eventually We All Win (2:00)
02. Whether Terrified or Unafraid (3:01) 
03. Without Any Words (Only Crying and Laughter) (3:18)
04. This Life Is Old, New, Borrowed, and Blue (3:10)
05. No Montage (2:55)
06. No Apologies (4:09)
07. The Workers Are Few (3:07)
08. Life Has Its Design (2:59)
09. Death Is A Lottery (3:41)
10. What More Can I Say (4:02) 

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