ANATHEMA "Serenades" (Recensione)


Full-lenght, Peaceville Records
(1993)

Febbraio 1993: dopo due demos e due ep pubblicati nell'arco di tre anni (1990-1992) arrivò il momento del debutto anche per gli Anathema proprio nel periodo dell'esplosione della scena doom/death inglese. Nell'anno in cui i conterranei My Dying Bride e Paradise Lost, le altre due bands fondamentali della triade britannica, procedevano alla prima "svolta" musicale, anche per la band dei fratelli Cavanagh arrivò così l'agognato debutto. Ne uscì fuori questo "Serenades" album ben lontano da quella che è l'attuale creatura forgiata dal combo di Liverpool ma che già lasciava intravedere i primi segni di quello che poi cuminò con il capolavoro "The Silent Enigma" giunto appena due anni dopo.

Il lavoro in questione infatti altro non era che un vero e proprio classico della scena doom/death monolitica tanto in voga in quei tempi. Con Darren White (già batterista dei Cradle of Filth successivamente vocalist dei The Blood Divine) dietro il microfono, la band inglese tirò fuori questo lavoro che per quanto dotato di un'importanza piuttosto evidente all'interno della scena, era ancora piuttosto acerbo e mostrava un band che mano a mano muoveva i propri passi verso un'evoluzione continua che neppure le evidenti sterzate dark-pop successive hanno mai interrotto. E così "Serenades" si presenta come un album totalmente diverso rispetto ai successori, cui trova nell'oscurità e nel concept apocalittico l'unico denominatore comune dei successivi Anathema.
Un album che contiene due classici del calibro di "They Die" e "Sleepless" e basato su un riffing pesante, lento ed oppressivo, e su growling più marcati rispetto a quelli cui ci abituerà la band in futuro. Una sensazione quasi "claustrofobica" solo parzialmente sferzata in alcuni capitoli come in "J'Ai Fait une Promesse" breve intermezzo in lingua francese giocato su una voce femminile accompagnata da chitarra acustica, ma che per il resto non si discosta più che altro dai canoni classici del doom/death duro e puro.

Certo rimangono i riverberi classici delle chitarre dei fratelli Cavanagh (già dal lavoro successivo Vincent diventerà anche vocalist della band) ed un certo retrogusto "suggestivo", da sempre marchio di fabbrica degli inglesi, ma togliendo l'importanza storica del lavoro in oggetto non possono non notarsi alcune ingenuità di base, in particolare riguardo una eccessiva somiglianza tra i vari brani che in alcuni casi portano un pò di noia all'ascoltatore.
Un lavoro acerbo insomma ma da non sottovalutare vista l'importanza che ha rivestito in un contesto più largo, soprattutto per le successive evoluzioni che hanno portato a forgiare il sound di una delle band più importanti dell'intera scena metal (e non solo) mondiale.

Recensione a cura di Luca Di Simone
Voto: 75/100

Tracklist:
1. Lovelorn Rhapsody 06:25
2. Sweet Tears 04:14
3. J'ai fait une promesse 02:40
4. They (Will Always) Die 07:16
5. Sleepless 04:12
6. Sleep in Sanity 06:53
7. Scars of the Old Stream 01:10
8. Under a Veil (of Black Lace) 07:34
9. Where Shadows Dance 01:58
10. Dreaming: The Romance 23:23 instrumental

DURATA TOTALE: 01:05:45

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