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Intervista: DISEASE


Abbiamo recensito il loro ultimo lavoro, "Into The Red" (recensione QUI), e ci è piaciuto molto. I Disease sono una band quasi storica nel panorama metal italiano e hanno all'attivo diversi album. Propongono un thrash metal tecnico e venato di altri generi come il prog e il death metal che li contraddistingue dalla massa. Tante cose interessanti che abbiamo voluto approfondire con la band e questa intervista. A voi il resoconto nelle parole del cantante-chitarrista Flavio Tempesta.

01 – I Disease sono una band nata a metà anni novanta, quindi con una lunga storia alle spalle. Qual era lo spirito con il quale avete iniziato molto tempo fa e cosa resta oggi, a distanza di tutto questo tempo, di quella idea? Chi sono oggi i Disease? E cosa vogliono rappresentare con la propria musica?
Ciao a tutti, grazie per lo spazio! La storia dei Disease è iniziata nel 1994, eravamo poco più che adolescenti ma carichi ed entusiasti di suonare la musica che amavamo. Da subito abbiamo provato a scrivere canzoni nostre perché era troppo forte l’esigenza di esprimerci e di trovare un modo per incanalare le nostre emozioni. Ho bellissimi ricordi di quel periodo. Nonostante i mezzi fossero pochissimi, ci si dava molto da fare per suonare dal vivo, per registrare i nostri pezzi e per far girare il nostro nome: l’underground italiano era davvero in fervore, con tantissime ottime band che sgomitavano per farsi conoscere e anche noi ci buttammo a capofitto in quel fiume affascinante di tape, flyer e fanzine che scorreva davanti a noi. Ogni giorno a casa arrivavano lettere e pacchetti postali contenenti demo scambiati con gruppi da ogni dove e tanti di quei ragazzi con cui condividevamo la stessa passione sono diventati amici che sento ancora regolarmente dopo più di 20 anni. Dopo tutto questo tempo noi e le nostre vite siamo cambiati, ma quella voglia di trovarci in sala prove ed esprimerci attraverso la musica è rimasta intatta. Oggi i Disease sono grosso modo quelli di allora, tre quarti della formazione è la stessa da più di 22 anni: l’ultimo arrivato è Boris alla batteria, entrato nella band ad inizio 2017 ma da subito centralissimo nelle nostre dinamiche musicali e sopratutto umane.

02 – Into The Red è il vostro quarto album. Cosa lo differenzia dai precedenti? E allo stesso tempo cosa lo accomuna?
ITR continua il nostro viaggio attraverso la musica che amiamo e che da sempre proviamo a proporre nel modo più personale possibile. Rispetto al precedente album del 2015, "The year of radio silence", che era più atmosferico e contaminato da sonorità post rock ed elettroniche, ITR recupera l’impatto e l’energia del metal estremo ma senza dimenticare il lato progressivo della nostra proposta. L’obiettivo era quello di provare qualcosa di nuovo e diverso da quanto già fatto, mantenendo sempre riconoscibile la nostra impronta.

03 – Come nasce Into The Red? Qual è il concept che c’è dietro e quanto tempo ha richiesto tutta la scrittura?
ITR è stato scritto in due anni, sulle ali dell’entusiasmo che Boris ha portato nella band: il suo stile si è incastrato perfettamente nel nostro modo di scrivere, dandoci continui stimoli e il coraggio di provare soluzione nuove. Questa foga positiva ha reso l’album molto più aggressivo del precedente, nonostante non manchino quei momenti melodici, atmosferici e progressivi che da sempre fanno parte del nostro modo di comporre. Come tematiche, ITR racconta di come questo mondo moderno, arido e perso nella sua frenesia consumistica, abbia perso i legami col passato e con le energie positive della natura. I brani raccontano di quanto sia importante ricordare cosa siamo, da dove veniamo e di come certi valori possano risvegliarci per darci la forza di affrontare le sfide della vita.

04 – Musicalmente invece vi ho trovati estremamente vari. Come definireste la vostra musica?
Per me è difficile definire quello che facciamo. Posso dirti che le radici dei Disease restano nella metà degli anni ‘90 , quando le band death metal erano in perenne evoluzione e non temevano di cambiare direzione per toccare nuovi vertici espressivi.

05 – Quali band hanno avuto una maggiore influenza sulla vostra visione musicale?
Mi ricollego alla precedente domanda: Death, Opeth, Atheist, Cynic, Paradise Lost, Anathema, i nomi da citare sarebbero davvero tantissimi. Sono tutte band che hanno in comune il non temere di cambiare pelle e aprirsi alla contaminazione: e questo coraggio abbiamo cercato di farlo nostro.

06 – Ho apprezzato molto “I, The Visionary”, un brano complesso che racchiude al suo interno tutta la vostra essenza. Mi ha sorpreso il cantato in italiano nella seconda parte che ho trovato molto evocativo e con un testo davvero molto suggestivo. Come nasce un brano così complesso?
"I, the visionary" è una delle canzoni più importanti del disco ma paradossalmente nasce dalle sessioni di quello precedente: all’epoca non riuscimmo a finirla in tempo per le registrazioni di The year of radio silence, quindi rimase in stand by per qualche anno. Successivamente, dopo che tutte le canzoni di ITR furono terminate, decidemmo di riprenderla e vedere se ci fosse possibilità di completarla. Essendo un pezzo molto complicato, dovemmo letteralmente impararla da capo, riarrangiarla per bene e quindi aggiungere tutta la parte finale dove si può ascoltare il cantato in italiano. Inizialmente quella sezione sarebbe dovuta rimanere strumentale ma mi sembrava incompleta e non ancora in grado di esprimere appieno il suo reale significato. Poi a registrazioni finite, poco prima di iniziare il mix, mi è venuta in mente l’idea di queste strofe in italiano che sorprendentemente hanno funzionato sin da subito, senza troppi tentativi. Solo allora il pezzo mi è sembrato davvero completo, il cerchio si era finalmente chiuso. "I, the visionary" parla (molto) metaforicamente di quanto sia stata importante la musica e di quanto abbia cambiato le nostre vite: tutti i luoghi visitati, i viaggi, le persone incontrate , le esperienze vissute, sono un tesoro inestimabile che la musica ci ha donato e questo non c’entra nulla col farlo o meno di mestiere. Questa passione ci ha dato talmente tanto che probabilmente senza di essa saremmo persone totalmente diverse.


07 – Pensate di replicare in futuro il cantato in italiano? O addirittura di dargli più spazio visto gli ottimi risultati ottenuti?
Certo, non ci poniamo nessun problema: avevamo già utilizzato l’italiano in Isis white gaze sul nostro demo del 1998 e in Floodgate presente su The year of radio silence. Se funziona nell’economia della canzone, inseriremo l’italiano ancora con piacere.

08 – Ci presentate l’ospite Valeria Dori che con la sua voce ha impreziosito in modo efficace diversi momenti?
Valeria è la sorella di Edwige, la moglie di Boris: come hai scritto tu, i suoi contributi hanno saputo far brillare la nostra musica in modo inedito ed affascinante. Oltre ad avere una bellissima voce, Valeria è stata in grado di interpretare perfettamente lo spirito di quello che ha cantato regalandoci una forte emozione. "The lake in the winter" era un brano che avevamo da parte e sul quale la mia voce non funzionava bene: sentirla cantata da lei è stato stupefacente per gli scenari che ha aperto, non a caso Valeria ha poi aggiunto altre parti di voce nel disco, come sul finale di "Nemores Dianae". Sono sicuro che approfondiremo ancora questa collaborazione sia in studio che dal vivo.

09 – Ho trovato davvero bella ed emozionale la prima parte di Into The Red (la canzone) con le sue atmosfere che mi hanno ricordato gli Alice in Chains. Come è nata questa idea e come si inserisce nel vostro tessuto sonoro che poi si sviluppa in modo del tutto diverso toccando i momenti più estremi dell’album? Cosa avete voluto rappresentare con questo brano?
Gli Alice in chains sono un gruppo importantissimo, sicuramente tra i nostri favoriti: anche se stilisticamente siamo lontani, certamente il loro feeling malinconico torna fortemente anche nella nostra musica. Tra l’altro, anni fa dal vivo proponevamo proprio una cover di "Angry chair" rivista a modo nostro. "Into the red" è stata scelta come titletrack perché rappresenta bene l’anima del disco: è un brano pieno di contrasti stilistici e momenti diversi che si susseguono e scontrano, per poi poi sfumare in un finale atmosferico e molto riflessivo. Il brano parla dell’enorme forza che ci vuole nella vita per ripartire. E Il rosso rappresenta l’alba di quel nuovo giorno.

10 – Parlando del momento particolare che stiamo vivendo, cosa vi ha lasciato questi due anni di pandemia? Quanto di questo momento è entrato in Into The Red?
La pandemia è entrata in tutto ciò che riguarda le nostre vite, musica inclusa. Il lockdown ha ritardato il mixaggio del disco, ma non è stato un gran problema, i Disease sono da sempre un gruppo che si autoproduce quindi non ci correva dietro nessuno. Ma livello generale, il mondo della musica sta attraversando un periodo durissimo, tra tour bloccati, produzioni posticipate e tutto il tessuto territoriale dei locali e dei circuiti live paralizzati dall’incertezza. La speranza è che tutto questo possa finire presto anche se purtroppo la vedo ancora lunga.

11 – Quali sono i vostri progetti futuri? State progettando delle date a supporto dell’album? O vista la difficoltà di potersi esibire del vivo state già lavorando a del nuovo materiale?
Amiamo suonare dal vivo e cerchiamo di farlo quando possibile, in perenne equilibrio con gli impegni personali di ognuno di noi. Ma come ho sempre detto, dopo tutti questi anni, il solo poterci trovare in sala a suonare e passare tempo insieme lo considero un privilegio prezioso. Personalmente la musica è qualcosa di cui ho estremamente bisogno per stare bene e affrontare positivamente tutto quello che avviene quotidianamente. Credo sarà sempre così, è una fissa positiva infinita che mi ha sempre spinto ad esprimermi anche in altre band: ad esempio ora stiamo registrando il secondo demo dei Throne of Flesh, gruppo death metal old style con Tat0 degli Zora, Joseph dei Bestial Vomit e Alessandro (ex-Zora). Non ci si ferma mai! Nel frattempo con i Disease abbiamo iniziato a comporre cose nuove, ci sono due pezzi quasi pronti che lasciano intravedere ulteriori strade da percorrere. Il prossimo impegno live, se tutto va bene, sarà il 7 gennaio al Red Rock di Morena vicino Roma, non vediamo l’ora di tornare a suonare dal vivo.

12 – Lascio a voi l’ultima parola…
Grazie di cuore per lo spazio. Sulla nostra pagina bancamp potete ascoltare Into the red e tutto il resto della nostra discografia, spero abbiate voglia di darci una possibilità e di farvi un viaggio musicale che è tutta la nostra vita!


Intervista a cura di John Preck

1 commento:

  1. Gentili redattori, visto che avete utilizzato una mia foto, potreste cortesemente caricare l'originale da cui avete tagliato via la parte col watermark? Alle email non rispondete.

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