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TAU CROSS "Pillar Of Fire" (Recensione)

Full-length, Relapse Records 
(2017)

L’anno è il 2015 quando Rob “The Baron” Miller e Michel “Away” Langevin senza troppo clamore si presentano con la creatura Tau Cross e l’omonimo album di esordio. Si presentano con l’autorità e lo spessore che ci si aspetta dalla mente e voce degli Amebix e dal responsabile delle pelli dei Voivod. L’album ha un impatto incendiario in virtù di un approccio solido, lineare, granitico e soprattutto di una genuinità e un’urgenza espressiva che si percepiscono al primo ascolto. Rob Miller, con il suo carisma e una voce che senza esagerazione è stata definita “sciamanica”, con “Tau Cross” irrompe nei tempi dei post generi con un macigno robusto, sporco e malinconico, unendo il sound dei suoi Amebix, dei Killing Joke periodo “Extremities…” in avanti e una spruzzata di Motorhead.

La miscela funziona alla perfezione e l’album è un susseguirsi di pezzi ispiratissimi, memori appunto degli Amebix più moderni – “Sonic Mass” per intenderci - e del loro crust ibridato al doom, ma con una dinamicità e una freschezza ritmica nuovi di cui è interamente – o quasi – responsabile il drumming sopraffino e quadrato di Away. All’inizio dell’estate 2017 è il momento del secondo capitolo, il presente “Pillar of Fire”. La sensazione, prima di addentrarsi nell’ascolto, è che il Barone e Away visto il successo del primo capitolo abbiano voluto battere il ferro finché ancora caldo. La metafora si addice in quanto Rob Miller nel tempo libero si dedica alla forgia di spade, nel caso non bastassero voce e alone a dargli arie da antico condottiero romantico. 
Con immenso rammarico e dopo numerosi ascolti siamo però costretti ad ammettere che rispetto all’esordio in “Pillar of Fire” qualcosa è evaporato. La traccia di apertura, “Raising Golem”, costituisce già un indizio di cambiamento, di per sé non un peggioramento ma una chiave di lettura significativa di quanto riserva il disco. Il suono è leggermente ripulito, le chitarre perdono in saturazione e pesantezza acquistando agilità e il basso si ritira maggiormente nelle retrovie. Il pezzo in sé è un’ottima rasoiata quasi punk rock sovrastata dalla sempre carismatica voce gonfia di riverbero e autorità di Miller.

Si entra nel vivo con “Bread and Circuses” e “On the Water”, canzoni che tentano di replicare la formula vincente del primo album: riff portante di matrice heavy solido e potente, in grado di reggere cinque minuti di canzone e renderla un trascinante anatema epico e sottilmente malinconico. Sfortunatamente in entrambi i pezzi i refrain suonano più ripetitivi che incalzanti e coinvolgenti e ciò che era un punto di forza si trasforma in difetto. “Deep state” e “Killing the king” sulla carta sono i veri cavalli di battaglia e infatti spiccano per incisività e dinamismo, sono pezzi compatti e funzionano. In ogni caso l’alternanza tra momenti grevi, “sabbathiani” e accelerazioni heavy-punk sembra più la messa in pratica un po’ fredda di una formula piuttosto che il frutto di un ispirato songwriting. Il tentativo di ricreare quello che erano state “Lazarus”, “Midsummer”, Hangman’s Hill” o “You people” del primo lavoro, non può purtroppo dirsi riuscito. Lo stesso discorso vale per i pezzi più riflessivi in cui Rob Miller, come un vecchio bardo, decanta accompagnato dalla sola chitarra acustica e un po’ di batteria a scandire una solenne marcia. La title track “Pillar of fire” tenta in questo senso – ahinoi invano – di riproporre quanto fatto con la struggente “We control the fear” su “Tau Cross”. Non mancano momenti convincenti su questo “Pillar of Fire”, la cui colpa è forse soltanto essere il successore di un disco tanto riuscito quanto inaspettato. Tra queste note positive senz’altro “The Big House”, pezzo più marcatamente influenzato dal doom inglese classico ma che riesce a risultare fresco nel suo incedere possente.

“Il Barone” e Away anche quando i Tau Cross non avessero visto la luce, non avrebbero avuto nulla da dimostrare al mondo. Hanno comunque messo assieme una formazione in grado di incendiare i palchi, mettere in riga un buona maggioranza delle nuove leve e regalare un capolavoro come l’album di esordio. 
Non sarà un album non completamente riuscito ma comunque validissimo a mettere in discussione un grammo della loro qualità o statura. Attendiamo fiduciosi un terzo capitolo sbalorditivo.

Recensione a cura di Nicola “El Mugroso” Spagnuolo 
Voto: 70/100

Tracklist: 
1. Raising Golem 
2. Bread and Circuses 
3. On the Water 
4. Deep State 
5. Pillar of Fire 
6. Killing the King 
7. A White Horse 
8. The Big House 
9. RFID 
10. Seven Wheels 
11. What Is a Man

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