MELETHOR "Tales from the Appennines" (Recensione)


Full-length, Independent
(2026)

Un vento lugubre introduce uno strumming acustico, che sorretto da veloci lick elettrici si riduce infine ad un fraseggio quasi flamenco. È “Beyond Time and Space”, introduzione all’opera prima del trio toscano Melethor, che si ispira alle leggende antiche dell’appennino tosco-emiliano per forgiare una particolarissima miscela di stili. Prendendo le mosse dal folk metal cascadiano introduce, via via, elementi viking, symphonic, prog, thrash riuscendo in tal modo a creare una poetica musicale molto riconoscibile. 

Il progetto nasce nel 2024 ad opera dei giovani Luχume (Chitarra, Testi, Sintetizzatori), Tom-Hawk (Chitarra, Sintetizzatori, Basso, Batteria) e Dunkschrei (voce); ciascuno di essi porta con sé i propri ascolti e inevitabilmente il suono ne risulta influenzato. Non è la prima volta che la dorsale appenninica, culla di civiltà e ricettacolo di miti e leggende, isipira suggestioni negli artisti dediti al metal più oscuro: recentemente i Dawn of a Dark Age hanno appena terminato una tetralogia dedicata alla cultura osca. I Melethor declinano la materia in chiave differente: in questo EP “Tales from the Appennines” tracciano i primi elementi della loro proposta che stanno già sviluppando in un lavoro di più ampio respiro. Biglietto da visita è il loro primo singolo “Long Ancient Road…”, seconda traccia dell’EP che mostra tutto ciò che li caratterizza: una prima sezione molto atmosferica, rilassata e punteggiata da uno scream ortodosso, che lascia presto il posto ad un teso breakdown dal sapore quasi death. E dopo la tempesta, la quiete: un intermezzo acustico che unisce il centro Italia e la Cascadia in un legame metaforico, come se gli Agalloch passeggiassero tra i boschi del Mugello. In una struttura perfettamente circolare, si ripassa attraverso il breakdown per approdare ad una seconda sezione atmosferica: per com’è costruito, il brano potrebbe essere ascoltato in loop all’infinito. 

Si prosegue con “A Land to Conquer”, che fin dal nome si propone come un brano viking: in realtà i Bathory emergeranno più avanti, qui i riferimenti sono gli Emperor e gli Enslaved, soprattutto nella sezione centrale in cui si percepiscono echi sinfonici. Non vengono forniti punti di riferimento, con transizioni perfettamente blanciate che vanno dal progressive, come il lungo e melodico assolo, ad un folk metal che presenta addirittura un cantato clean: il brano, con una durata di quasi otto minuti è una piccola suite. E i testi? Raccolgono tutto il legendarium fantastico medievale. che ci aspetta: battaglie, fantasmi, malinconia per il tempo perduto. Un breve momento contemplativo viene concesso da “Mihi Radices”, un delicato arpeggio acustico che riprende vagamente la melodia di “Long Ancient Road…”: i riverberi suggeriscono la sensazione di rifugiarsi in una caverna davanti ad un fuoco scoppiettante dopo un lungo cammino. 

La conclusione è affidata alla monolitica “Spirit of the Lake”, ed è qui che viene fuori Quorthon: il brano è viking nel midollo e procede feroce fino al finale epico da brividi. Un lavoro breve ma non piccolo, che ci auguriamo non costituisca che l’antipasto di un desinare ancor più succulento. Seduti davanti a un falò in una foresta, naturalmente. 

Recensione a cura di mu:d 
Voto: 80/100

Tracklist:

1. Beyond Time and Space 
2. Long, Ancient Road... 
3. A Land to Conquer 
4. Mihi Radices 
5. Spirit of the Lake

Line-up:
Luχume - Guitars (lead), Keyboards
TomHawk - Guitars (rhythm), Bass, Keyboards
Dunkschrei - Vocals

Web:
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