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HATE "Rugia" (Recensione)


Full-length, Metal Blade Records
(2021)

Il trentesimo anniversario degli Hate, formazione storica del metal estremo polacco, non poteva che essere festeggiato con l'uscita di un nuovo album in studio, il dodicesimo nella folta discografia della band, che giunge a quattro anni di distanza dal precedente "Tremendum", segnando l'ennessimo capitolo di una saga di ferocia e bestialità intessuta in liriche dai contorni esoterici che attingono in modo sempre più netto alla mitologia slava ed alle sue più antiche tradizioni. La band nata a Varsavia dalle ceneri degli Infected per mano dell'inossidabile Adam the First Sinner, qui accompagnato alle chitarre da Domin e dagli ultimi arrivati Tiermes al basso (sostituto del compianto Mortifer) e Nar-Sil alla batteria, ha appena sfornato l'ennesimo lavoro sulla lunga distanza "Rugia", che sin dal titolo conferma l'attenzione crescente del mastermind per la cultura dell'est-europa, riprendendo l'anitca denominazione dell'isola di Rugen, situata nel Mar Baltico, teatro di ancestrali riti pagani e tradizioni esoteriche. Il percorso musicale del progetto, originariamente dedito ad un death metal di matrice satanica e anticristiana, ha presentato nella fase centrale della carriera un netto parallelismo con i connazionali Behemoth, evolvendosi in una sorta di blackened death metal a base di blast-beat e assoli fulminanti dalle sempre più spiccate influenze black, che in quest'ultimo lavoro vengono ammorbidite in favore di un parziale ritorno al death metal, come testimonianza della violenza che ancora Adam e soci intendono partorire con la loro musica, senza armonie raffinate o soluzioni particolarmente ricercate. 

"Rugia" prosegue la collaborazione degli Hate con l'etichetta statunistense Metal Blade Records, presentando nove tracce dalle ritmiche forsennate e dal sound devastante, per un un totale di trentasei minuti di blasfemia e di ferocia che raramente concedono tregua all'ascoltatore. L'album si apre con l'aura occulta e sinistra della title-track, presentata da un riff cupo dai richiami doom e da una batteria crescente che anticipano la violenza del blast-beat, scandito da un riffing serrato e dal growl infernale di Adam; un assolo tecnico e aggressivo schiude una seconda parte di chiara matrice death, con chitarre oscure e taglienti e martellanti mid-tempo. "Exiles of Pantheon" trafigge con la sua veemenza iniziale, in cui la batteria di Nar-Sil corre con foga e pesantezza e il riffing di Domin disegna armonie gelide e tenebrose, per poi concedersi al lugubre e malvagio death/doom che anticipa l'assolo melodico finale, dai sapori quasi heavy. Con la successiva "Saturnus" l'atmosfera si fa ancora più opprimente grazie alle sue sonorità lente e oscure, spezzate da un disturbante assolo in tremolo picking; la seconda parte del brano è caratterizzata dal dominio del blast-beat e di un riffing oscuro dall'essenza quasi tragica, conclusa dal virtuosismo della chitarra di Domin e alle sue brillanti armonie affilate.

"Awakening the Gods Within" è un brano in progressivo crescendo di intensità, che risale dal black/doom iniziale alla violenza della batteria martellante di Nar-Sil, accompagnata da un riffing tagliente e serrato; l'atmosfera si fa tenebrosa grazie a chitarre fredde a metà tra black e death e ad un rallentamento dalla forte carica occulta, che sfocia in un blast-beat dalle armonie quasi epiche. A seguire troviamo "Resurgence", brano che interrompe momentaneamente la furia devastante dell'album procedendo con melodie tragiche e funeree, scandite da un riffing lento e oscuro, che nel blast-beat centrale assume contorni maestosi di altissima epicità; un doom atmosferico in crescendo schiude la tragicità del finale. Completa il lavoro la tirata "Sacred Dnieper", feroce e martellante fin dalla sua apertura blackened death e con un riffin serrato ben costruito; l'assolo disturbante centrale, dai richiami death/doom, anticipa un'ultima parte oscura e martellante, con un riff freddo e incalzante che sancisce la conclusione di un album tutto sommato breve ma di grande intensità, che non delude le aspettative che lo storico marchio degli Hate merita. "Rugia" pone la band di Adam the First Sinner all'interno di un dimensione crescente di spiritualità e di mitologia sempre più fedele alla tradizione slava, in tutti i suoi aspetti, a cui si accompagna una progressiva maturazione stilistica e compositiva. 

Il percorso di crescita che il progetto ha intrapreso a partire da capolavori come "Awakening of the Liar" e "Anaclasis" non sembra destinato a fermarsi nè a conoscere limite alcuno, poichè ciò che traspare da questo nuovo abum è la capacità degli Hate di sorprendere pur restando ancorati alla violenza delle origini, senza rallentare quasi mai nè adottare soluzioni armoniche particolari. Il blast-beat domina gran parte delle nove tracce, nella sostanza più vicine al death delle origini rispetto al recente passato della band, concedendosi qualche passaggio ai limiti del doom al solo scopo di imprigionare l'ascolatore nel suo vortice mistico ed occulto, per poi sorprenderlo con un'altra dose di inarrestabile violenza. Le chitarre serpeggiano in vicoli oscuri e definiti, spaziando dalle gelide melodie del black alle dissonanze del death, arricchite da brillanti assoli dai richiami heavy; dall'inizio alla fine "Rugia" non fa che confermare l'intenzione degli Hate di procedere incalzanti sulle elevate velocità delle origini, al contrario di quanto stanno facendo i ben più noti connazionali Nergan e company. Gli Hate non vogliono fermare l'odio che sprigiona la loro musica, nè togliere ad essa l'aura ancestrale ed esoterica dei loro testi, ma continuare nel loro percorso di evoluzione e di blasfemia senza mai guardarsi indietro. 

Alessandro Pineschi
Voto: 83/100

Tracklist:
1. Rugia 
2. The Wolf Queen 
3. Exiles of Pantheon 
4. Saturnus
5. Awakening the Gods Within 
6. Resurgence 
7. Velesian Guard 
8. Sun of Extinction 
9. Sacred Dnieper 

Line-up:
Tiermes: Bass
Domin: Guitars (lead)
ATF Sinner: Vocals, Guitars
Nar-Sil: Drums

Web:
Bandcamp
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