CRYPTIC SHIFT "Overspace & Supertime" (Recensione)


Full-length, Metal Blade Records
(2026)

I Cryptic Shift si confermano leader del death metal britannico, una scena che, pur affondando le proprie radici nel grind, nell’ultimo decennio aveva proposto realtà legate strettamente all’OSDM (Grave Miasma), al caverncore (Dead Congregation) e al death dissonante dai connotati più oscuri (Lvcyfire). Ma già da “Visitations from Enceladus” questo quartetto di Leeds aveva preso saldamente nelle proprie mani, da compositori superiori, le redini della scena. Il contratto con la Metal Blade, in questo momento l’etichetta più qualitativa che quantitativa del settore, è una vetrina per presentarsi al mondo in maniera più compiuta e con potenzialità tecniche ulteriormente migliorate rispetto al debutto di sei anni prima.

Il frontman e chitarrista Xander Bradley riesce a fornire un’interpretazione completamente personale del cantato death metal, affiancando ringhi alla John Tardy e urla laceranti a un lavoro chitarristico progressive/jazz/fusion di prima categoria. Il batterista Ryan Sheperson, seppur ancora ancorato al thrash da cui la band partiva, è ora tranquillamente in grado di sorreggere la sezione ritmica, finalmente all’altezza del basso già totalmente progressive di John Riley, e lo fa in maniera efficiente e non meno competente di un Gene Hoglan, per restare in passati (remoti ma non per questo meno gloriosi) territori di thrash e death progressivo.

Le cinque tracce di cui è composto l’album però funzionano più come un jazz puro, in cui i rimandi all’epopea del thrash/death metal progressivo, seppur presenti, non costituiscono mai la torta complessiva. Probabilmente non siamo nei territori di coerenza death metal dei Death di “Human” o degli Atheist di “Unquestionable Presence”, o perfino degli avanguardistici Gorguts, ma “Overspace & Supertime” riesce a superare l’approccio dei Voivod nella narrazione di una space opera da parte di una band metal.

L’influenza di lavori come “Dimension Hatröss” emerge eccome, ma qui la musica è sempre subordinata alla narrazione: è come leggere un romanzo in cinque capitoli, dai quali è impossibile non lasciarsi trasportare nonostante gli sforzi e la concentrazione richiesti all’ascoltatore. La forma canzone è destrutturata in favore della narrazione: ogni influenza prog rock/thrash/death/jazz fusion è presente unicamente in funzione di questa; il metal si fa racconto.

A differenza di molto progressive metal, questa non è una band che guarda al progressive rock degli anni ’70 per fare death metal, ma un quartetto di musica progressive vera e propria che guarda al death metal. Ciò rende ostico l’ascolto per i seguaci del thrash e del death metal, ma propone qualcosa di unico e mai visto, una soddisfazione non da poco.

Riff che potrebbero essere stati composti dai primi Voivod si sposano tranquillamente con la musica dei King Crimson senza nessuna ambiguità o bruschi cambi di tono all’interno dell’album. Perfino le influenze punk insite nelle radici thrash del gruppo riescono a dare un ulteriore colore a questa tecnicissima musica progressiva senza alcuna difficoltà, qualcosa di impensabile non solo negli anni ’70 ma fino a qualche anno fa. Un quartetto che pone all’ascoltatore una sfida: un viaggio, anche straniante, in spazi e tempi che ha come meta l’arte superiore a cui può approdare la musica metal.

Recensione a cura di Gabriel "Althos" Aldo 
Voto: 80/100

Tracklist:

1. Cryogenically Frozen 
2. Stratocumulus Evergaol 
3. Hyperspace Topography 
4. Hexagonal Eyes (Diverity Trepaphymphasyzm) 
5. Overspace & Supertime

Line-up:
Xander Bradley - Guitars, Vocals
Ryan Sheperson - Drums
John Riley - Bass
Joss Farrington - Guitars

Web:
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