MEGADETH "Megadeth" (Recensione)


Full-length, BLKIIBLK Records
(2026)

Che sia realmente l’epitaffio discografico o meno dei Megadeth, questo nuovo capitolo della incredibile carriera del grande Dave Mustaine, iniziato nella prima metà degli anni ottanta, ci conduce di fronte a una band ispirata che ci fa assaporare reminiscenze di una lunga discografia, suonata con la maturità e con la professionalità dei giorni nostri (“Tipping Point”). Come non sentire l’anima più punk e spinta in “I Don’t Care” che risente inevitabilmente del primo periodo della band, con una produzione moderna che fa letteralmente esplodere le chitarre con un sound pieno. 

La line up stellare non fa altro che aumentare la qualità della proposta, con un Dirk Verbeuren possente, senza tralasciare il basso pulsante di James Lomenzo. “Hey God!” torna sui ritmi e le atmosfere di “Countdown To Extinction”. I Megadeth sono i Megadeth e suonano come sempre, sfrontati, dinamici, Dave è in palla, non ha più niente da dimostrare e costruisce un lavoro in cui l’anima della band è viva e vegeta. La veloce “Let There Be Shred” ci catapulta dentro un mondo forsennato, con ottimi solo di chitarra, scontato forse, ma fino a che punto? In sede live l’headbanging è assicurato. Il classico mid tempo di “Puppet Parade” con una voce più rauca ci porta dentro uno dei ritornelli più orecchiabili, quelli tipici del buon Dave, che qui dimostra di non aver perso ispirazione, è vero, in parte riciclando sé stesso, ma lo fa in modo convincente e il brano scorre in modo piacevole con i suoi classici fraseggi di chitarra. “Another Bad Day” porta lo stile più maturo di album più recenti come ‘Th1rt3en’, quindi meno duro, lasciando spazio all’aspetto più melodico, brano forse meno riuscito rispetto al tiro di brani come la successiva “Made To Kill” in cui il classico thrash alla Megadeth attacca frontale in modo dirompente. 

La caustica “Obey The Call” è tra le migliori canzoni proposte con quell’atmosfera cupa, grigia e ci riporta indietro ai primi anni novanta, a quelle sonorità deflagranti che hanno caratterizzato le migliori proposte della band. Anche qui assolo di gran qualità. “I Am War” è un brano dai tratti malinconici, nonostante il titolo, che colpisce meno rispetto ad altri episodi, che va avanti con il pilota automatico senza lasciare particolari segni. Non è brutto ma non produce lo stesso effetto degli altri brani. L’ultima canzone originale in scaletta è “The Last Note”. Ha un buon tiro, con un ritmo incalzante, anch’esso con un tono dai tratti malinconici, e un’atmosfera di base che potrebbe riportare all’epoca di “Youthanasia”. La cover finale di “Ride The Lightning” è un giusto omaggio a una band legata a doppio filo con Mustaine. E’ superfluo fare paragoni. Personalmente lo trovo inutile. Com’è la versione dei Megadeth con la voce di Dave al posto di James? E’ tutto molto soggettivo. Io l’ho trovata riuscita. Al di là dell’aspetto esecutivo trovo più interessante l’omaggio, a chiudere definitivamente un cerchio, un inequivocabile segno di pace definitiva. Lascio ai detrattori il compito di fare i soliti e futili paragoni.

Se “Megadeth” è davvero la fine, ci lascia una band nel pieno della forma e forse è meglio così piuttosto che continuare e sbiadire lentamente come tante altre band storiche che insistono, anche se non hanno più nulla da dire. E’ vero, pensare che questo sia l’ultimo episodio di una carriera gloriosa potrebbe far scendere una lacrimuccia, soprattutto alla luce della qualità di quanto proposto in queste ultime canzoni, ma bisogna resistere ed essere contenti che sia finita così, se è realmente finita così.

Recensione a cura di John Preck
Voto: 85/100 

Tracklist:

1. Tipping Point
2. I Don't Care
3. Hey, God?!
4. Let There Be Shred
5. Puppet Parade
6. Another Bad Day
7. Made to Kill
8. Obey the Call
9. I Am War
10. The Last Note
11. Ride the Lightning (Metallica cover)
Line-up:
Dave Mustaine - Guitars, Vocals
James LoMenzo - Bass
Dirk Verbeuren - Drums
Teemu Mäntysaari - Guitars

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