Intervista: arottenbit



arottenbit è un progetto che sfugge a ogni definizione semplice. Nato dall’idea di mescolare elettronica e attitudine metal/hardcore, porta la collaborazione e l’improvvisazione al centro del proprio lavoro. Il suo ultimo album, "You Don’t Know What A Rework Is", non è un disco di remix né un tributo: è un esperimento collettivo in cui 65 musicisti provenienti da tutta Italia, più uno dal Belgio e uno dagli Stati Uniti, reinterpretano e trasformano lo stesso materiale originale, creando un risultato disordinato, a tratti scomodo, ma sempre sorprendente. In questa intervista, arottenbit ci racconta come nasce un brano, quali sono le influenze che hanno guidato la sua carriera, il rapporto con la scena metal e alternativa italiana e come la digitalizzazione abbia cambiato il modo di fruire la musica. Tra sfide creative e un approccio istintivo al suono, emerge il ritratto di un artista che non cerca il successo facile, ma punta a lasciare un’impronta autentica e potente, anche rischiando di perdere qualcuno lungo la strada.

1. Ciao e benvenuto su Heavymetalmaniac.it. Partiamo parlando in generale di "You Don’t Know What A Rework Is"! Un album "particolare". Spiegalo con tue parole!
È un disco strano perché nasce da un’idea semplice ma portata all’estremo. Ho preso i miei brani elettronici e li ho messi in mano a delle band, lasciandole libere di farci quello che volevano. Non è un disco di remix classico e non è nemmeno un tributo. È un lavoro collettivo, disordinato, a volte scomodo, che mostra cosa succede quando lo stesso materiale passa attraverso teste, generi e sensibilità completamente diverse. Più che un album, lo vedo come una fotografia di una scena e delle relazioni che la tengono in piedi.

2. Come hai visto cambiare la nostra scena metal e alternativa in questi anni in Italia? E per te è migliorata o peggiorata?
La scena è cambiata tanto. Ci sono molte più possibilità di suonare e pubblicare, ma anche molta più dispersione. È migliorata dal punto di vista dell’accesso agli strumenti e dell’apertura mentale, peggiorata forse nella capacità di creare veri punti di aggregazione stabili. Però vedo ancora tanta gente che fa le cose per necessità, non per carriera, e finché esiste quello la scena, per me, è viva.

3. Quali sono le band che ti hanno influenzato e hanno avuto un peso per arottenbit, soprattutto agli inizi della tua carriera?
All’inizio le influenze principali sono state Melvins e Atari Teenage Riot, soprattutto per l’attitudine e per il modo di rompere le regole. Poi GG Allin come idea di totale assenza di filtri. Col tempo si sono infilate dentro anche cose elettroniche molto diverse, come le prime produzioni di Gesaffelstein e la follia di Mr. Oizo. Non tanto per il suono in sé, ma per il coraggio di fare cose sbagliate nel modo giusto.

4. Parliamo un po’ di come nasce solitamente un tuo brano e, in generale, del processo compositivo e di registrazione.
Non c’è un metodo fisso. Un brano può nascere da un riff suonato al basso, da un rumore registrato per strada o da una melodia buttata sul telefono. Poi passo tutto al computer e inizio a lavorare sul suono, cercando una forma da costruire e distruggere allo stesso tempo. La registrazione è molto istintiva. Mi interessa più l’impatto che la pulizia. Uso compressioni, distorsioni e limiti spinti fino a quando il pezzo non diventa fisico, quasi fastidioso.


5. Cosa pensi che offra arottenbit di diverso e/o particolare in ambito metal e rock?
Probabilmente il fatto di usare strumenti elettronici con un’attitudine metal e hardcore punk. Non cerco di imitare il rock o il metal, cerco di portarne il peso e la violenza dentro un contesto diverso. arottenbit non vuole sostituire una band, ma creare lo stesso tipo di impatto usando altri mezzi.

6. Hai in programma un tour di supporto a questo nuovo album?
Purtroppo è impossibile portare dal vivo un progetto del genere. Coinvolge 65 musicisti diversi da tutta Italia, più uno dal Belgio e uno dagli Stati Uniti, ed è nato proprio come un lavoro da studio, collettivo e irripetibile. Dal vivo, nei tour tra Europa, UK, USA e Canada dei prossimi mesi, continuerò a portare l’album precedente finché non avrò nuovo materiale pronto da proporre. È quello che funziona meglio sul palco, ed è lì che questa musica trova davvero senso.

7. Cosa pensi della fruizione della musica di oggi? Sei a favore della digitalizzazione o pensi che abbia in qualche modo danneggiato la musica, e soprattutto le piccole band?
La digitalizzazione ha reso tutto più accessibile, ma anche più fragile. È facile ascoltare tutto, ma è difficile dare valore alle cose. Le piccole band soffrono soprattutto perché l’attenzione dura pochissimo. Detto questo, non credo abbia senso essere nostalgici. Bisogna solo trovare nuovi modi per creare legami reali, soprattutto attraverso i concerti.

8. Quali sono i tuoi piani più immediati? Insomma, dove vorresti che arrivasse arottenbit?
Nel breve periodo voglio scrivere e pubblicare nuova musica, senza ripetermi. arottenbit non ha un punto di arrivo preciso. Voglio solo continuare a spostarlo un po’ più in là ogni volta, anche rischiando di perdere qualcuno per strada.

9. Abbiamo finito, concludi come vuoi l’intervista!
Grazie per lo spazio. Questa musica nasce da un bisogno reale. Se vi arriva, bene. Se vi dà fastidio, meglio.


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