ARCHGOAT "Nightbringer, Lightbringer" (Recensione)
Full-length, Debemur Morti Productions
(2026)
Quando la scena norvegese stava emergendo, ben prima di sensazionalismi e gesti estremi, in Finlandia, terra mai banale in fatto di artisti di extreme metal, era presente una variante di quello che verrà codificato come black metal. Band come Beherit o Impaled Nazarene avevano uno stile completamente differente rispetto alle controparti norvegesi. I Beherit erano una band che non aveva buoni rapporti con chi reclamava il monopolio geografico del metal estremo, tanto che si arrivò addirittura a una rivalità sfociata in scherzi telefonici e minacce tramite fanzine. Il suono di questi artisti era radicato nel punk e, più precisamente, nel grindcore, proprio ciò che chi codificava quello stile fatto di tremolo picking e glacialità assoluta poco tollerava, al di là dei ritmi e delle frequenze basse. Possiamo affermare che le band norvegesi registravano male per volontà , mentre quelle finlandesi per vera e propria mancanza di mezzi.
Questo dark/grind dalle tinte occulte, fatto di accordature ribassate, power chord e un’attitudine rumorosissima, si è evoluto poco dall’EP di esordio degli Archgoat. È strano, quindi, che uno stile del genere sia diventato nel corso degli anni prerogativa di legioni di fan delle note nere sotto il nome di war metal. Ciò coincide in parte proprio con il ritorno degli Archgoat. La band, dopo l’esordio del ’93 per Necropolis Records, “Angel Cunt (Tales of Desecration)” (blackened/grind dalle tinte occulte che non voleva essere ascoltato da orecchie normali), decise di abbandonare le scene, rendendosi conto dell’inizio della svendita del black metal a buon mercato (probabilmente ancora non consci di quello che sarebbe capitato in questi anni). Riformatisi nel 2006, con “Whore of Bethlehem” diedero avvio a una marcia inarrestabile fatta di 5 album che man mano si allontanavano dal sound grezzo delle origini. “Nightbringer, Lightbringer” recupera l’atavismo degli esordi che sembrava in parte svanito negli ultimi due full. La primitiva barbarie è portata a livelli di sviluppo difficilmente auspicabili per uno stile basato sulla ripetizione di ritmi martellanti e un’attitudine quanto più grezza possibile: uno dei casi in cui una maggiore incanalazione del caos non porta a buon fine.
Gli Archgoat evitano ciò con un disco intelligente, al di là di quelli che possono essere percepiti come cliché blasfemi ripetuti all’infinito da alcuni o come ossessione verso l’idolo caprino da altri. La seconda traccia estende i loro celebri mid-tempo di stampo death/doom per ottenere una suite dove si inserisce una melodia che può ricordare addirittura la NWOBHM; ciò potrebbe essere percepito come quanto di più lontano da una proposta underground, senza abiurarla. Un sapiente utilizzo degli stop and go (proprio dove si può lavorare per evitare la ripetitività di questo stile) si alterna ai riff cromatici di natura death lo-fi. “Keys Of Hell And Of Death” è un ulteriore esempio del ritrovato senso di melodismo da occasione notturna. Gli inserti tastieristici che fanno capolino nella musica dei nostri da “Luciferian Crow” creano un’atmosfera aliena da maestosità sinfoniche e lontana dalla sindrome letargica che ha invaso il black metal negli anni 2000. Tutti questi elementi rendono l’album più interessante di uscite del genere che mirano a qualcosa di più complesso, aggiungendo troppi stili senza aggiungere nulla di concreto alla forma (Teitanblood). La batteria alterna i classici blast beat a tempo medio di matrice grindcore, nello stile dei Terrorizer, a sezioni più vicine al black metal norvegese. La voce è un growl bassissimo che scandisce con la batteria il ritmo della musica in stile cavern core; gli inserti ambient, vicini a una certa solennità dei Beherit, adornano una traccia come “Reaper Of Christianity”.
Io ho avuto la possibilità di assistere a un’esibizione dal vivo di questi maestri del black metal finlandese nel lontano 2014, un’esperienza talmente ipnotica e segnante da indirizzare per molti anni, in modo giusto ma anche sbagliato, la mia fruizione in fatto di metal estremo. Alla luce dei tour, della partecipazione a numerosi festival nell’ultimo decennio, delle produzioni leggermente più curate e dell’inserimento di elementi più melodici, considerare o meno “Nightbringer, Lightbringer” un lavoro puramente underground o meno poco importa. In quest’epoca post-arte, gli artisti che si trovano al punto di confine tra ciò che è underground e ciò che non lo è sono quelli maggiormente in grado di fornire i prodotti più interessanti.
Recensione a cura di Gabriel “Althos” Aldo
Voto 78/100
Tracklist:
1. Invocation 666
2. Nightbringer, Lightbringer
3. The Dawn to Armageddon
4. Iconoclasm the Nazarene
5. Blood of Jesus Spilling upon the Earth
6. The Stygian Millenium
7. Invocation 999
8. Keys of Hell and of Death
9. The Light Behind the Horns
10. Reaper of Christianity
11. Obsidian Reflection of Anti-Light
Line-up:
Lord Angelslayer - Vocals, Bass
Ritual Butcherer - Guitars, Keyboards, Songwriting, Lyrics, Arrangements
Goat Aggressor - Drums
Web:
Bandcamp

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