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HIGH ON FIRE "Cometh the Storm" (Recensione)


Full-length, MNRK Heavy 
(2024) 

Se la memoria non mi inganna, i californiani High On Fire giungono con questo “Cometh the Storm” al loro nono album in studio. Traguardo ragguardevole, per una band che ha debuttato nell'anno di grazia 2000, due anni dopo la dipartita di Matt Pike dagli Sleep. La costanza e la perseveranza dei Nostri è nota ai più, nel giro doom/sludge/stoner, ma l'elemento che lascia svettare il trio al di sopra della massa informe di un genere spesso teso all'appiattimento è una dinamicità del suono davvero fuori dal comune, che qui si arricchisce – tra gli altri – di elementi orientaleggianti spesso ravvisabili in altre declinazioni del metal e invece qui calzanti a pennello, scevri di qualsivoglia epicità e marcatamente “americani” nel sound. 

Attenzione: quando dico “americani” mi riferisco specificatamente alla via statunitense al Suono Lento, inevitabilmente fangosa e dinoccolata, nonché di forte richiamo a quelle paludi del sud est da cui sono emersi tanti dei nostri eroi – benché Pike e soci siano di Oakland, California. Tanto per dirne una, l'opener “Lambsbread” vi travolgerà come una badilata sui denti per poi dare respiro in un break che è di per sé una coda; persino le coordinate apparentemente basilari di “Burning Down” vedrebbero vanificato il loro potenziale in mani diverse da quelle sapienti di Pike, che non manca di suggellarne le atmosfere con uno dei suoi assoli, prontamente doppiato in quell'accorata e sofferta elegia schiacciasassi che è la title track. 

Certo, nel corso dei quasi quattro minuti di “Karanlık Yol” sembrerà di essere sulle frequenze degli Al-Namrood, con un po' di Orphaned Land per assicurare la par condicio mediorientale, ma basta l'attacco di “Sol’s Golden Curse” a riportare le frequenze su coordinate note, con il frontman che sembra a tratti fare il verso al mai troppo compianto LG Petrov nel suo periodo death'n'roll, ben coadiuvato dalla sezione ritmica costituita dal fido Jeff Matz e dal (relativamente) nuovo innesto Coady Willis. 

Pensate che io la stia sparando grossa? Allora dimenticate il marciume costitutivo della formula High On Fire, che permette il passaggio senza soluzione di continuità dal NYHC tout court di “The Beating” alla nuova scuola densa di sludge di “Tough Guy”, senza per questo perdere un grammo di credibilità. Chiudete gli occhi su “Lightning Beard” o sull'epico hard blues di “Hunting Shadows” e comprenderete il posto d'onore affidato ai Nostri nel recentissimo tributo ai Motörhead “Löve Me Förever”: un approccio che non manca mai di ricamare nervose trame ritmiche sulle partiture southern di riferimento, ma che ha come base e derivazione la stessa di Lemmy e soci. Promossi anche stavolta! 

Recensione a cura di Francesco “schwarzfranz” Faniello 
Voto: 85/100 

Tracklist: 
1. Lambsbread 05:44 
2. Burning Down 
3. Trismegistus 
4. Cometh the Storm 
5. Karanlık Yol 
6. Sol’s Golden Curse 
7. The Beating 
8. Tough Guy 
9. Lightning Beard 
10. Hunting Shadows 
11. Darker Fleece 

Line-up: 
Matt Pike – Guitars, Vocals 
Jeff Matz – Bass 
Coady Willis – Drums

Web:
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