EXODUS “Goliath” (Recensione)


Full-length, Napalm Records
(2026)

Quando la tua band si chiama Exodus e ti trovi a pubblicare il tuo dodicesimo album, tu che sei stato tra gli inventori di un genere, potresti sentire delle forti pressioni miste a responsabilità e queste in qualche modo potrebbero influenzare la direzione da prendere. Se non ci fosse stato un importante cambio dietro al microfono, con l’ennesimo avvicendamento tra lo storico Steve “Zetro” Souza e il sostituto di sempre Rob Dukes, potremmo tirare fuori la massima che racchiude in sé un lavoro come “Goliath”, ossia nessuna nuova, buona nuova. Ecco, questo è in parte una confort zone e in parte un obbligo per non essere additati come traditori del dio metallo. L’esperimento di “Force Of Habit” del 1992 è un lontano ricordo. Cosa aspettarsi quindi da una band come gli Exodus se non del genuino thrash metal? Loro lo sanno bene e confezionano un lavoro convincente che giunge a ben cinque anni dall’altrettanto valido “Persona Non Grata” (2021). 

Le dieci tracce presenti su “Goliath” rappresentano quanto di meglio può produrre oggi una band come gli Exodus. Mixato e masterizzato da Mark Lewis (Whitechapel, Nile) l’album suona moderno e pesante, con un sound pieno, grazie a chitarre aggressive e una batteria possente, suonato da Tom Hunting che ha fatto scuola con il suo stile. Sulla stessa lunghezza d’onda le due asce di Gary Holt e Lee Altus (ex Heathen) che creano un muro sonoro dirompente per oltre cinquanta minuti di puro thrash metal (“The Changing Me”). 

L’inizio affidato alla dinamitarda “3111” è una chiara dichiarazione d’intenti attraverso un attacco frontale che non lascia prigionieri, con un indiavolato e ispirato Rob Dukes a finalizzare nel modo migliore un riffing d’assalto. “Hosting Humani Genesis” prosegue sulla stessa lunghezza d’onda con un ritmo forsennato e un riffing tecnico e ispirato, e solos di ottima fattura, come nel resto dell’album. “Promise You This” ha un approccio più groove che riporta irrimediabilmente agli anni novanta, con un ritornello orecchiabile che finalizza un brano dall’ottimo potenziale. A metà percorso c’è sicuramente il miglior episodio con l’eponima “Goliath” con il suo arpeggio efficace supportato da un basso profondo e molto presente. Il ritmo rallenta generando un’atmosfera apocalittica che in qualche modo rimanda ai Nevermore di “Dreaming Neon Black”, con l’ingresso anche di violini che aumentano il grado di straniamento. 

La seconda parte si apre con “Beyond The Even Horizon” un muro sonoro che riporta nelle sue parti più veloci direttamente agli anni ottanta, prima che il ritmo rallenta e ci si immerge in un convincente groove. La più sbarazzina “2 Minutes Hate” è uno dei momenti più diretti e con uno stile che rimanda ai Megadeth, in cui il ruolo più convincente è interpretato da un Dukes in ottima forma, capace di sfornare una prestazione notevole. Non ci sono filler e anche quando i ritmi rallentano come in “Violence Works” la potenza non viene mai meno e gli Exodus riescono a imbastire costruzioni solide. E così sul finale ci troviamo di fronte alla lunga “Summon Of The God Unknow” che ci porta dentro riff articolati e strutture complesse capace di proiettarci dentro una musica dai tratti più melodici, ma senza perdere mai di potenza. “The Dirtiest Of The Dozen” posta in chiusura ci regala l’ultimo sussulto thrash metal, mantenendo alta l’adrenalina, a ulteriore testimonianza di un lavoro ispirato. 

Gli Exodus targati 2026 sono una perfetta macchina da guerra, capaci di trascinare l’ascoltatore dentro un vortice di furore, con la maturità e l’esperienza di un combo che non ha più niente da dimostrare, e che con “Goliath” si conferma tra le più importanti e longeve realtà thrash metal mondiali.

Recensione a cura di John Preck
Voto: 85/100

Tracklist:

1. 3111 
2. Hostis Humani Generis 
3. The Changing Me 
4. Promise You This 
5. Goliath 
6. Beyond the Event Horizon 
7. 2 Minutes Hate
8. Violence Works 
9. Summon of the God Unknown 
10. The Dirtiest of the Dozen

Line-up:
Tom Hunting - Drums 
Gary Holt - Guitars 
Jack Gibson - Bass 
Lee Altus - Guitars 
Rob Dukes - Vocals

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