THE RUINS OF BEVERAST "Tempelschlaf" (Recensione)


Full-length, Ván Records
(2026) 

Seguo i The Ruins Of Beverast sin dai tempi del loro debut “Unlock The Shrine”, risalente ormai a 22 anni fa, e se c’è una cosa che ho sempre apprezzato di questa band (in realtà una one man band) è la costante capacità di Alexander von Meilenwald di riuscire a produrre, nel tempo, sempre album di pregevole fattura senza allontanarsi troppo dal loro stile, un atmospheric black/doom dove ogni forma di luce è bandita e in cui le composizioni, soprattutto nelle loro parti più prettamente doom (la maggioranza), tolgono letteralmente il respiro, per il riffing soffocante, basato per lo più su accordi che insistono sulle corde più basse di chitarre e basso, e per l’accordatura degli strumenti (per capirci, suonano in LA). 

Fin dal loro esordio sono sempre stati prodotti dalla Vàn Records (il loro disco d’esordio è stato il primo prodotto dalla label tedesca), etichetta che ha sempre puntato sulla personalità delle band nel proprio roster piuttosto che cercare l’ennesimo clone di qualche gruppo famoso per avere vendite facili. E con i The Ruins Of Beverast ci hanno visto decisamente lungo. Immaginate un mix di My Dying Bride, Leviathan americani, qualche richiamo agli Shining più recenti, Blut Aus Nord e, quando Alexander pesta sull’acceleratore, anche qualcosa di nordico, il tutto rivisto attraverso riffs dissonanti e dal carattere quasi lisergico. 

Insomma, come si dice dalle mie parti, “n’ammischifrancesca ‘e rroba” che, però, funziona in maniera eccellente, grazie ad un gusto per la composizione di pregevole fattura, che riesce a rendere distinguibile ogni brano, conferendo ad ogni canzone una propria personalità (e in un genere come quello proposto non è propriamente scontato), a partire dall’opener “Tempelschlaf”, col suo incidere catacombale per quasi tutti i suoi circa nove minuti, passando per la più tirata “Day Of The Poacher”, fino ad arrivare alle stupende “Babel, You Scarlet Queen” e, soprattutto, alla conclusiva “The Carrion Cocoon”, in cui tutte le influenze del progetto confluiscono in una canzone di tredici minuti che, a mio avviso, avrebbe potuto durare anche il doppio senza per questo diventare pesante. 

I The Ruins Of Beverast, per quanto mi riguarda, hanno rilasciato uno degli album migliori di questa prima metà del 2026, confermandosi ancora una volta fautori di un black/doom personale e mai scontato. Consigliato a chi nella musica non cerca il clone o la melodia facile né le pagliacciate sceniche prive di contenuto. Di contenuto questo progetto ne ha sempre avuto a iosa, ora sta a voi dargli il giusto riconoscimento. I pochi momenti deboli (ce ne sono pochissimi ma ci sono) non vanno ad inficiare più di tanto sulla resa finale del disco. Chi mi conosce o segue le mie recensioni sa che non sono esattamente un fan delle sperimentazioni, delle dissonanze o della raffinatezza. Ma, di tanto in tanto, capita quell’eccezione: ecco, quell’eccezione si chiama The Ruins Of Beverast! 

Recensione a cura di Marco "Wolf" Lauro
Voto: 90/100 

Tracklist:
1. Tempelschlaf 
2. Day of the Poacher 
3. Cathedral of Bleeding Statues 
4. Alpha Fluids 
5. Babel, You Scarlet Queen! 
6. Last Theatre of the Sea 
7. The Carrion Cocoon

Line up:
Alexander von Meilenwald - Everything

Web:
Bandcamp
Facebook
Instagram
Spotify

Nessun commento