29/11/11

Root "Heritage of Satan"

Full-length, Agonia Records, 2011
Genere: Black/Dark/Epic Metal 

Numerose sono le band, che nate sotto la stella di Celtic Frost, Bathory, Venom, confluite in quella comunemente denominata “seconda ondata del black metal”, durante la quale si sono cementificati canoni, stilemi, archetipi, hanno poi optato, raggiunta una discreta maturità espressiva, per esplorare le lande della musica sperimentale (Ulver per esempio) oppure per battere territori strettamente correlati alla loro origine ma maggiormente personali.

Una di queste, sotto analisi oggi, sono i Root, combo a cui la città industriale boema Brno diede i natali nel lontano 1987. Partiti con un gelido sound spiccatamente norvegese, negli anni hanno modificato progressivamente la loro sensibilità, diminuendo la componente violenta e incontrando sulla via una vena dannatamente oscura ed epica. Attraverso questo breve excursus giungiamo preparati all’incontro con l’ultima fatica dei mitteleuropei, Heritage of Satan: un disco compatto, impostato su una lunghezza ideale (45 minuti, distanza prediletta anche negli scorsi album venuti dopo il 2001), che conquista il fruitore non per crudeltà, per progressioni dissonanti o per satanismo a buon mercato, ma grazie alla innata capacità dell’ensemble di intessere alle spalle delle tracce una elaborata piece teatrale, avviluppata intorno alla storia fluentemente narrata (se ne comprendono i fatti essenziali anche leggendo i titoli, senza curarsi allo spasimo dei testi, di buona fattura) dall’educata voce del cantante-bardo.

A livello tecnico infatti, ogni soluzione sostiene l’impatto del singer, autentico attore prestato al metal, impegnato a passare da uno scream demoniaco, ad un growl fumoso e filtrato, ed infine ad un incisivo baritonale pulito, incarnando in un continuo dialogo le molteplici personalità dell’album. Non mancano, ovviamente, momenti concitati, costruiti da un’impalcatura ritmica di prim’ordine, composta di blast beats sciorinati senza difficoltà dato il talento dell’uomo dietro alle pelli, un basso perennemente pulsante (e nel genere è una piacevole rarità), chitarre che squarciano l’aere con tremolo picking, riff provenienti dalle profondità sabbathiane (echi di Into the Void, delle sonorità presenti in Master of Reality), palm muting eseguiti alla perfezione parossistica (veri e propri muri sonori), e assoli estremamente curati sul lato esecutivo. Un insieme che non può non essere considerato di alto livello. Ottima la scelta di cantare in inglese (le band dell’est sono riluttanti in questo senso), lasciando la sola In Nomine Sathanas (dal ritornello scandito e comprensibile), in lingua boema.

Unica pecca una produzione sovente un po’ approssimativa, la quale non garantisce la profondità necessaria alle diverse stratificazioni. Difetto a cui i Nostri riescono comunque a sopperire intessendo successioni e cadenze sempre accattivanti e d’impatto, soprattutto nelle ultime quattro tracce, dove il pathos cresce a dismisura, legandosi alle profonde inquietudini scaturite successivamente all’ascolto del bellissimo intro parlato Introprincipio. Per non discorrere della geniale chiusura dell’intero plot, quel “Ladies and gentlemen, here comes his Dark Majesty, Satan”, pronunciato dall’ugola dall’accento infantile dell’Anticristo, che porta a compimento il viaggio all’interno della tragica commedia, avente come trama l’avvento del dominio del diavolo sulla Terra.

Ideologia satanica propugnata con eleganza, elemento che contraddistingue una band con una certa apertura mentale, la quale rifugge la mercificazione dello stesso concetto di culto del demonio, reso oltremodo centrale nei lavori di artisti, i quali, al di là delle visioni sulfuree incise sulle copertine dei loro prodotti, non posseggono la statura intellettuale per distaccarsi da una visione limitata e superficiale. Ribadisco, tendenza assente dalle intenzioni dei Root, fedeli al mood generale del black metal (con le
dovute distinzioni dipendenti dall’interesse per sviluppi tesi, come dicevamo, alla ricerca dell’epico), ma oramai distaccatasi (data anche la lunghissima militanza), dai principi che hanno reso impopolare e ammantato di nefandezze il nostro amato genere.

Tirando le somme, un’uscita alla quale prestare attenzione: se non si riscontrano tratti somatici atavici, (i boschi norvegesi sono piuttosto sbiaditi in verità), sono comunque impresse a fuoco quelle piacevoli sensazioni trasmesse da un album coerente e ben suonato, dal contorno stimolante, e generato da un gruppo dalla comprovata esperienza (9 full length non si compongono in un giorno!).

Recensione a cura di: Thanotos
Voto: 75/100

Tracklist:
1. Introprincipio 05:33
2. In Nomine Sathanas 02:49
3. Legacy of Ancestors 03:42
4. Revenge of Hell 04:30
5. Darksome Prophet 03:45
6. Fiery Message 05:18
7. Son of Satan 03:24
8. His Coming 04:41
9. Greetings from the Abyss 02:57
10. The Apocalypse 05:44

DURATA TOTALE: 42:23

http://www.myspace.com/rootcze
http://rootan.net/

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