CRYPTOPSY "The Book Of Suffering Tome" (Recensione)


EP, Hammerheart Records
(2018)

Diciamocelo, negli ultimi anni i Cryptopsy non è che se la siano passata proprio benissimo. Tra cambi di formazione a ripetizione e scelte stilistiche non proprio felicissime, la stella della band del Quebec, che tanto aveva brillato nel primo decennio di esistenza, ha cominciato ad offuscarsi. In particolar modo a causa di “The unspoken king”, album reo – per molti – di aver snaturato e svenduto la band al dio denaro, introducendo melodie nella forma di tastiere (aaaahhhhh) e clean singing (AAAAAAAHHH). 

Ora, ammetto che quel lavoro non era il loro più riuscito, ma dimostrava che la band canadese aveva voglia di sperimentare, evolversi, e rimaneva comunque un disco brutale e forsennato (solo in ambito alimentare una mosca è capace di trasformare un litro di latte in spazzatura). All'inizio il polemico Flo Mounier (ultimo superstite della formazione originaria, nonché leader della band) ha difeso con le unghie e con i denti le scelte stilistiche fatte, ma di fronte al vero e proprio muro di polemiche suscitate da quel lavoro si è trovato costretto a compiere la scelta più scontata: tornare al passato. 
Dopo la brevissima permanenza di Jon Levasseur (legato ai veri capolavori della band, che si è saputo ripetere solo parzialmente col disco omonimo), avevo pensato che la band fosse entrata in un nuovo buco nero, ritrovandosi con una formazione che, batterista a parte, era tutta figlia dei fallimenti degli ultimi anni. Ed invece, la sorpresa: gli ultimi due lavori, gli EP “The book of suffering” sono quanto di più elettrizzante e convincente il quartetto canadese abbia pubblicato dall'epoca del celebratissimo “And then you'll beg”. 

Sinceramente non capisco la scelta degli ep (tra l'altro a così tanta distanza temporale l'uno dall'altro), ma quello che conta è la sostanza, e di quella ce n'è in abbondanza. Non c'è alcuna cesura stilistica tra questo lavoro e quello pubblicato tre anni or sono, e gli otto pezzi complessivi ben avrebbero potuto essere inseriti in un unico full length. La copertina (del tutto anonima e poco significativa anche in termini di orrore) ed i testi rimandano ai loro esordi, incentrati come sono sulla carnalità della morte; stilisticamente, però, siamo più o meno su sentieri analoghi a quelli battuti dal loro periodo con Mike Di Salvo. Ovvero, un death metal ipertecnico e mai ridondante, in cui i tre ottimi musicisti canadesi danno sfoggio non solo di una capacità esecutiva fulminea e che ha fatto davvero scuola, ma anche di una varietà compositiva che ha pochi eguali nel mondo del metallo estremo. 

Il lavoro non cede mai alla tentazione dell'orecchiabilità, eppure non mancano le melodie – per quanto distorte o deviate. I Cryptopsy non sono una band retrò, non cercano di essere il più putridi e shockanti possibile, il loro approccio alla materia rimane comunque molto creativo, dimostrando che qualsiasi tipo di riff, se arrangiato e suonato in un certo modo, può rivelarsi devastante. E poi, a fare da collante con la tradizione death, troviamo un frontman finalmente stabile e davvero completo: il suo growl è potente e catarroso, ma anche ricco di sfumature (per quanto possa esserlo un approccio non melodico). 
Rispetto al primo ep, questo secondo capitolo registra una lieve flessione, specialmente nella seconda metà: ma si tratta di un calo davvero minimo e, tutto sommato, fisiologico, che nulla toglie ad un lavoro che ce li riconferma come la più grande band di technical death metal assieme a Cannibal Corpse e Suffocation. 
E adesso, speriamo solo di non dover aspettare altri tre anni per soli quattro pezzi...

Recensione a curea di: Fulvio Ermete
Voto: 79/100

Tracklist:
1. The Wretched Living 04:51 
2.Sire of Sin 04:26 
3.Fear His Displeasure 03:55
4.The Laws of the Flesh 04:28 

DURATA TOTALE: 17:40 

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