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MY DYING BRIDE "The Ghost Of Orion" (Recensione)


Full-length, Nuclear Blast 
(2020)

Scrivo questa recensione subito dopo aver ascoltato in diretta le parole del Premier, ed aver appreso che fondamentalmente siamo tutti dei murati vivi, e realizzo che non c'è una colonna sonora migliore dei My Dying Bride per il momento estremamente plumbeo che stiamo vivendo. La band inglese è da sempre il trionfo della malinconia e della depressione, declinata in tutte le salse possibili ed immaginabili: con sfumature epiche, tragiche, classiche e teatrali, ma senza che mai spunti un benché minimo accenno di sorriso. E se erano drammi d'amore a farla da padrone in gioventù, e pene familiari a tormentare i nostri eroi in tempo di maturità, non cambia l'essenza della loro matrice sonora, fatta di tante sfumature d'ombra che si ricompongono in varia misura ad ogni nuova uscita. 

A dispetto di quanto letto altrove, e con l'unica eccezione di “The Solace” (una atipica composizione per sole chitarre e voce femminile, grazie alla prova di Lindy-Fay Hella dei Wardruna), il disco è molto omogeneo dal punto di vista stilistico, oltre che abbastanza breve: nemmeno un'ora di durata per soli sei pezzi effettivi. Ma quello che conta, lo sappiamo benissimo, è la qualità, e di quella ce n'è davvero tanta. Omogeneo, dicevamo, e secondo me possiamo parlare di una sorta di ritorno a “The Angel and the Dark River”, con la sua insistita malinconia, il suo frequente ricorso a nenie pulite e struggenti: l'uso del growling è presente, ma in maniera non invasiva, quasi da contrappunto possiamo dire. In particolare i primi tre pezzi sono gemelli, adottano una struttura piuttosto simile, con le chitarre impegnate in continue armonizzazioni, quasi una seconda ugola dietro al microfono. Ecco, un indice della maturità stilistica della band sta forse in questo: nella assoluta e perfetta complementarità tra chitarre/voce/violino, che si fondono e dialogano tra loro senza avere ruoli predeterminati. 

Menzione speciale anche per il bravissimo batterista Jeff Singer che, reclutato da un momento all'altro per l'abbandono improvviso dell'altrettanto bravo Shaun Taylor Steels, dimostra di sapere esattamente cosa fare per riempire gli spazi larghi delle composizioni senza strafare (non a caso ha militato a lungo nei Paradise Lost). Parlavamo dei primi tre pezzi, ma non abbiamo detto la cosa più importante, ovvero che sono bellissimi: era davvero da anni che non mi innamoravo tanto delle loro composizioni, ed in particolare menzionerei “To outlive the gods”, brano equiparabile ai loro assoluti capolavori e che, lo so da ora, potrà forse essere eguagliato ma non battuto nel corso di questo funesto 2020. 

“The long black land” e “The old earth” sono forse un gradino più basse rispetto alle altre, e questo la dice lunga sulla qualità eccelsa dell'album: strutturalmente più lunghe e composite, con qualche accenno di cattiveria in più, si avvicinano un po' di più a quanto fatto nella prima metà della loro carriera, senza però cambiare la fisionomia complessiva dell'album. Introdotto da una copertina bellissima, frutto del miglior copertinista metal degli ultimi anni, “The ghost of orion” ci mostra una band ancora in grandissima forma, nonostante i colpi di fionda e dardi delle avverse fortune. Meno male che, ancora una volta, i My Dying Bride hanno deciso di essere. 

Recensione a cura di Fulvio Ermete
Voto: 80/100

Tracklist:
1. Your Broken Shore
2. To Outlive the Gods
3. Tired of Tears
4. The Solace
5. The Long Black Land
6. The Ghost of Orion
7. The Old Earth
8. Your Woven Shore

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