MASCHARAT "Ars Aurea Mortis" (Recensione)
Full-length, Remparts Productions
(2026)
I Mascharat sono una band italiana di stanza a Milano, anche se la loro fonte di ispirazione per questo secondo lavoro giunge dalla laguna. Nati nel 2010 hanno esordito nel 2017 con l’omonimo lavoro per giungere ai giorni nostri con questo concentrato di black metal dai tratti primordiali. Non hanno avuto fretta di scrivere la loro musica e si percepisce nell’ascolto una ricerca sonora che accompagna una tematica per certi versi affascinante, tra le maschere della tradizione veneziana e la filosofia esoterica.
I brani sono un viaggio iniziatico tra la Maschera e l’iniziato nell’apprendere le fasi di trasformazione della materia. Tutto molto evocativo grazie a una musica oscura e feroce che presta le sue note deviate per creare le giuste atmosfere pregne di mistero e malvage immagini. La suggestiva intro lascia spazio a una musica dal ritmo forsennato su cui si stagliano possenti riff. La voce stregata di Hellequin è un manifesto eloquente di un approccio tenebroso e maligno (“Nigredo”).
Interessante e affatto scontato la scelta di cantare in italiano, eseguito in modo impeccabile e non fa rimpiangere il più canonico inglese, grazie a una interpretazione di grande effetto. Le atmosfere sinistre creano un impatto dirompente che catapultano in un mondo privo di luce, dentro laboratori sotterranei dove trasformare la materia attraverso processi proibiti (“Citrinitas”). Il black metal proposto è figlia di quell’approccio feroce e privo di compromessi dei primi Marduk e si apre ad ambientazioni malsane quando i ritmi rallentano e le chitarre ricamano quei classici fraseggi dai toni orrorifici (“Albedo”).
Sembra di essere tornati agli anni novanta, a quelle musiche estreme, colonne sonore di un mondo decadente, destinato all’oblio perenne, con queste chitarre sporche e la batteria che batte impazzita, con quella voce che sembra provenire dalle carceri infernali (“Rubedo”). “Ars Aurea Mortis” è un album che esprime ferocia primitiva, anche se dietro c’è una band che ha costruito un mondo pensato per esprimere proprio quelle sensazioni. Per chi ama il black metal più iconoclasta, con la variante del cantato in italiano, questo è un album da tenere in considerazione.
Recensione a cura di John Preck
Voto: 76/100

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