BURNING BLACK “Resilience Of A Broken Heart” (Recensione)


Full-length, Punishment 18 Records
(2024)

A dieci anni dal precedente capitolo discografico, i trevigiani Burning Black tornano con “Resilience Of A Broken Heart”, un album che rappresenta al tempo stesso una ripartenza e una conferma. Ripartenza perché la formazione è stata profondamente rinnovata nel corso degli anni; conferma perché il gruppo continua a muoversi con assoluta convinzione all'interno di quel territorio fatto di heavy metal classico, melodie incisive e attitudine autenticamente old school che ha caratterizzato tutta la sua carriera.

Non è mai stato un segreto che i Burning Black considerino l'heavy metal non semplicemente un genere musicale, ma una vera e propria filosofia artistica. E questo quarto lavoro ne è probabilmente la dimostrazione più evidente. Dopo tre album accolti positivamente dalla critica specializzata, numerose apparizioni sui palchi europei e persino due candidature agli Hollywood Music In Media Awards, la band guidata da Dan Ainlay si presenta con un disco che sembra voler riaffermare il valore di un linguaggio musicale spesso considerato anacronistico, ma che nelle mani giuste conserva ancora una forza comunicativa sorprendente.

Fin dall'apertura affidata a “Your Skin Is Fire”, emerge chiaramente la volontà di puntare sull'impatto immediato. Il riff portante, l'energia della sezione ritmica e soprattutto la prestazione vocale di Ainlay costruiscono un brano capace di catturare immediatamente l'attenzione. Le influenze dei Judas Priest sono evidenti, ma non risultano mai invasive: piuttosto, rappresentano il punto di partenza di una scrittura che cerca una propria identità attraverso un equilibrio ben calibrato tra aggressività e melodia.

La successiva title track “Resilience Of A Broken Heart” mette in luce il lato più raffinato della band, richiamando per certi aspetti i Queensrÿche del periodo “Empire”, mentre “Last Band On The Earth” si impone come uno dei momenti più riusciti dell'intero album grazie a un ritornello che possiede tutte le caratteristiche del classico anthem metal. Sono canzoni che dimostrano come il gruppo abbia ormai acquisito una notevole sicurezza compositiva, riuscendo a costruire brani immediatamente riconoscibili senza rinunciare a una certa cura degli arrangiamenti.

Nel corso della scaletta emergono altri episodi particolarmente convincenti, come “The Price To Pay”, “War Forever” e la trascinante “Raccoon City Boy”, tutte accomunate da una scrittura diretta ma efficace, capace di valorizzare tanto la componente melodica quanto quella più muscolare della proposta. Il lavoro delle chitarre si rivela costantemente solido, sostenuto da una sezione ritmica precisa e affidabile che contribuisce a mantenere elevata la tensione lungo tutto il disco.

Fondamentale, come sempre, è il contributo di Dan Ainlay. La sua interpretazione rappresenta il principale elemento distintivo dei Burning Black: una voce potente, versatile e ricca di personalità, capace di evocare inevitabilmente il miglior Rob Halford pur mantenendo una propria credibilità espressiva. È proprio la sua performance a dare spesso quel valore aggiunto che consente ai brani di emergere rispetto a una concorrenza sempre più affollata.

Dal punto di vista sonoro, l'album beneficia di una produzione moderna ma rispettosa delle radici del genere. Il mastering curato da Mika Jussila presso i celebri Finnvox Studios conferisce ulteriore solidità all'insieme: il suono è pulito, potente e professionale, senza cadere negli eccessi di compressione che spesso penalizzano molte produzioni contemporanee.

Tuttavia, se c'è un limite che emerge durante gli ascolti ripetuti, è forse una certa prudenza compositiva. I Burning Black dimostrano di conoscere perfettamente le regole dell'heavy metal tradizionale e le applicano con competenza, ma raramente cercano di forzarne i confini. Alcuni brani, pur risultando piacevoli e ben costruiti, seguono schemi piuttosto consolidati e lasciano la sensazione che la band avrebbe potuto osare maggiormente sul piano dell'arrangiamento o della ricerca melodica.

Anche i richiami ai grandi nomi del passato — Judas Priest, Iron Maiden, Queensrÿche, Rage e in parte la scuola power metal europea — risultano talvolta così evidenti da limitare leggermente la percezione di una personalità completamente autonoma. Non si tratta di un problema grave, soprattutto in un genere fortemente legato alla tradizione, ma è probabilmente l'aspetto che impedisce al disco di compiere il definitivo salto di qualità.

La chiusura affidata alla lunga “Rise From The Ashes Of The Defeated” rappresenta invece uno dei momenti più interessanti dell'opera. La suite consente alla band di ampliare il proprio raggio d'azione, alternando atmosfere differenti e mostrando una versatilità che meriterebbe forse di essere esplorata più spesso anche nelle composizioni di durata standard.

“Resilience Of A Broken Heart” non è un album rivoluzionario, né pretende di esserlo. È piuttosto il lavoro di musicisti che credono profondamente nel valore dell'heavy metal e che continuano a interpretarlo con passione, esperienza e professionalità. In un periodo storico in cui molte band sembrano inseguire mode passeggere o formule prefabbricate, i Burning Black scelgono la strada più difficile: quella della coerenza.

Il risultato è un disco energico, sincero e ricco di canzoni solide, che riesce a catturare lo spirito migliore dell'heavy metal classico senza apparire un semplice esercizio nostalgico. Forse manca ancora quel brano destinato a diventare davvero imprescindibile o quell'intuizione capace di spingere la band oltre i propri limiti consolidati, ma la qualità complessiva resta elevata dall'inizio alla fine.

Un ritorno convincente e maturo, che conferma i Burning Black come una delle realtà più credibili e appassionate dell'heavy metal italiano contemporaneo.

Recensione a cura di Checco 78
Voto: 79/100

Tracklist:
1. Your Skin Is Fire
2. Resilience Of A Broken Heart
3. Last Band On The Earth
4. Trust Me
5. Life Hurts
6. The Price To Pay
7. War Forever
8. The Devil
9. Racoon City Boy
10. Rise From The Ashes Of The Defeat

Line-up:
Nikk Damian - Bass
Darius Rickenbach - Drums
Ian Adams - Guitars
AndyT - Guitars
Dan Ainlay - Vocals

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