AMASEFFER "When the Lions Leave Their Den (Exodus Part II)" (Recensione)


Full-length, Independent
(2026)

Diciotto anni sono tantissimi. Nel mondo della musica possono bastare per vedere nascere e morire interi generi, cambiare il modo di ascoltare un disco e trasformare completamente il pubblico. Per questo il ritorno degli Amaseffer non poteva essere un semplice “siamo tornati”. Con “When the Lions Leave Their Den (Exodus Part II)”, la band israeliana sceglie una strada molto più ambiziosa. Non guarda indietro per nostalgia e non cerca di dimostrare quanto sia ancora brava a suonare progressive metal. Fa qualcosa di diverso: costruisce un viaggio. E per affrontarlo bisogna avere tempo. Settantadue minuti non sono pochi. Ma il punto è proprio questo. L'album non vuole essere consumato velocemente, magari mentre si fanno altre dieci cose. Chiede di essere ascoltato dall'inizio alla fine. È quasi come entrare in un film senza sapere quanto durerà e accettare semplicemente di seguirne la storia. Il deserto, in questo senso, diventa una perfetta metafora.

All'inizio sembra di trovarsi davanti a un paesaggio enorme, difficile da attraversare. Poi, poco alla volta, iniziano a comparire dettagli, voci, rumori, melodie e cambi di atmosfera. La musica si muove lentamente, ma non è mai ferma. È questo forse il punto più interessante degli Amaseffer: non hanno bisogno di correre per creare tensione. La title track “When the Lions Leave Their Den”, “Pathway to the Promised Land” e “Valley of the Standing Sun and Moon” superano abbondantemente i nove minuti, ma non danno l'impressione di essere state allungate artificialmente. I brani cambiano continuamente pelle. Un riff può scomparire e tornare dopo diversi minuti con un significato completamente diverso. Una melodia che sembrava secondaria può diventare improvvisamente centrale. Un momento pesante può lasciare spazio al silenzio, alla musica acustica o a un passaggio orchestrale. È come se ogni canzone avesse una propria geografia. E qui emerge una differenza importante rispetto a molto progressive metal: gli Amaseffer non sembrano interessati a dire al pubblico “guardate quanto siamo tecnici”. La tecnica c'è, naturalmente, ma rimane al servizio dell'atmosfera. Non è il musicista a stare al centro. È il viaggio.

Anche la presenza degli strumenti mediorientali va letta in questa direzione. Oud, violini orientali e strumenti tradizionali non vengono usati per dare semplicemente un colore “esotico” alle canzoni. Sono parte integrante del linguaggio dell'album. Ed è proprio questo a rendere il risultato così particolare. Il metal porta peso, rabbia e potenza. Gli strumenti mediorientali portano invece qualcosa di più antico, quasi fuori dal tempo. Quando queste due dimensioni si incontrano, il risultato non sembra una semplice fusione di generi. Sembra un luogo. Un luogo che esiste nella musica. Per questo l'Esodo raccontato dagli Amaseffer funziona anche al di là del riferimento biblico. Non è necessario conoscere ogni dettaglio della storia per capire cosa sta succedendo. Il vero tema diventa il viaggio di chi lascia qualcosa alle spalle senza sapere con certezza cosa troverà davanti. E questa è una sensazione molto più moderna di quanto possa sembrare. Paura, perdita, fede, solitudine e speranza non appartengono soltanto a un popolo che attraversa il deserto migliaia di anni fa. Sono emozioni che conosciamo ancora oggi. In brani come “A Flame Unbidden” e “Foothills of Mount Sinai”, il racconto storico lascia quindi spazio a qualcosa di più personale.

L'album funziona proprio grazie ai suoi contrasti. C'è la parte più brutale e oscura di “Lady of Slaughter”, dove il suono diventa quasi fisico. Le chitarre pesano, le voci sono aggressive e tutto sembra trasformarsi in un rito violento. Poi arriva “Miriam”, che cambia completamente prospettiva. Non c'è più bisogno di combattere. C'è bisogno di fermarsi. È una scelta importante perché evita che il disco diventi una successione di momenti monumentali. Gli Amaseffer capiscono che, per far sentire davvero la grandezza di qualcosa, bisogna anche mostrarne la fragilità. Ed è qui che entrano in gioco le voci. Lukky Sparxx e Jessica Mercy non sembrano semplicemente due cantanti che si alternano. Le loro voci sembrano appartenere a due personaggi diversi, due punti di vista che si incontrano e si scontrano durante il viaggio. Attorno a loro ci sono narratori, cori, preghiere e altri interventi vocali. La presenza di Phillip Freeman e Kobi Farhi contribuisce a dare al disco un carattere quasi teatrale. Il risultato è una storia raccontata da molte persone. Non c'è una sola voce. E forse è proprio questo che rende l'album così immersivo: sembra di assistere non alla vicenda di un singolo protagonista, ma a quella di un'intera comunità.

In questo senso, “Wooden Staff Part II” assume un significato particolare. Il brano collega il nuovo album alla storia iniziata nel 2008 con “Slaves for Life”. Ma il collegamento più interessante non è soltanto musicale. È anche umano. Gli Amaseffer hanno attraversato davvero un lungo periodo di silenzio. E quando tornano, raccontano una storia costruita proprio attorno a un attraversamento, a un'attesa e alla ricerca di una destinazione. È difficile non vedere un parallelismo. Quasi come se, senza volerlo, la band fosse diventata parte della storia che stava raccontando. Forse è anche per questo che questo ritorno non dà l'impressione di una semplice operazione nostalgica. Gli Amaseffer non provano a ricreare il passato. Lo prendono e lo guardano da una distanza diversa. Diciotto anni dopo, il progetto ha un peso differente. E il tempo, invece di essere un problema, diventa parte della musica.

“When the Lions Leave Their Den (Exodus Part II)” non è quindi un album da ascoltare distrattamente. Non è fatto per essere spezzato in piccoli frammenti o per cercare subito il ritornello più efficace. È un disco che chiede pazienza, ma soprattutto disponibilità. Bisogna lasciargli spazio, perché la sua forza non arriva tutta insieme. Cresce lentamente, come un paesaggio che diventa sempre più grande mentre lo si attraversa. E forse questa è la cosa più bella del disco. Gli Amaseffer non cercano semplicemente di raccontare un viaggio nel deserto. Riescono a far sentire all'ascoltatore cosa significa essere in viaggio: non sapere dove si arriverà, avere paura di quello che si è lasciato indietro e continuare comunque a camminare. Dopo diciotto anni di silenzio, è una scelta sorprendentemente coerente: gli Amaseffer tornano con un album che parla di attesa, trasformazione e sopravvivenza. E lo fanno senza fretta. Perché alcune storie non possono essere raccontate in tre minuti. E alcuni viaggi, semplicemente, hanno bisogno di durare.

Recensione a cura di Checco 78
Voto: 80/100

Tracklist:
1. When the Lions Leave Their Den 
2. A Flame Unbidden
3. Stardust Harvesters 
4. Cloud of Smoke 
5. Lady of Slaughter 
6. Pathway to the Promised Land 
7. Miriam 
8. Valley of the Standing Sun and Moon
9. Wooden Staff Part II 
10. Foothills of Mount Sinai

Line-up:
Erez Yohanan Drums, Percussion, Bass, Narration
Yuval Kramer Guitars, Bass
Hanan Avramovich - Guitars

Web:
Bandcamp
Facebook
Spotify

Nessun commento