TAAKE "En Skog av Nidstang" (Recensione)
Full-length, Dark Essence Records
(2026)
I Taake partono da Bergen nel 1999, un anno simbolico, con "Nattestid Ser Porten Vid", album che rappresentava forse l'ultimo grande progetto di quel black metal norvegese degli anni Novanta tanto osannato quanto abusato, sia nei riferimenti sia nella forma. Una sintesi tra la rabbia dei concittadini Gorgoroth, il modus operandi dei Darkthrone di "Under a Funeral Moon" e la musicalitĆ degli Ulver. Tuttavia, negli anni, album dopo album, attraverso il progetto Taake, il musicista Hoest ĆØ riuscito a creare un proprio linguaggio e una propria dialettica.
I Taake erano chiamati a incarnare il black metal negli anni Duemila, un periodo di grandi trasformazioni, quando molte band avevano cambiato stile o avevano deliberatamente deciso di prestare i propri servigi alle major. Per dialettica si intende qui un artista dotato di un linguaggio personale, e la musica di Hoest si articola attraverso influenze folk, punk rock e progressive. Un prezioso isolamento ha consentito a questo artista di esprimere la propria vena compositiva non solo in maniera indipendente dai trend del momento, ma perfino dallo stesso black metal norvegese.
Abbiamo parlato di linguaggio: heideggerianamente esso è la "casa dell'essere", all'interno della quale l'uomo abita. Hoest ha sempre inteso la musica come un disvelamento di sé lungo gli otto album che hanno preceduto questo "En Skog av Nidstang". Anche questa volta il disco si sviluppa in quattro tracce, nessuna delle quali supera gli otto minuti di durata.
La produzione, seppur essenziale, consente a ogni strumento di respirare, privilegiando le linee vocali e le sezioni melodiche rispetto a quelle ritmiche. I riff in tremolo picking, stratificati e sovraincisi l'uno sull'altro, conferiscono alla musica un'atmosfera solenne, mentre il modo di suonare di Hoest lo conferma come uno dei migliori chitarristi dell'intera scena black norvegese.
Nei Taake nulla è scontato: se Hoest decide di inserire un riff post-punk lo fa, così come un tempo groove black 'n' roll, come nella prima traccia "Einstøingens Og", oppure arpeggi atmosferici che rimandano a un metal dalle forti suggestioni folk. Pause, cambi di tempo e soluzioni ritmiche insolite, dalle ambizioni più progressive, rappresentano una tendenza che ha preso una forma ancora più concreta a partire dal precedente "Et Hav av Avstand". Voci fuori campo giocano un ruolo rivelatorio, mentre arpeggi e inserti vicini a una certa ambient forniscono un ulteriore tappeto sonoro sul quale si abbattono improvvise cascate di blast beat, perfino a costo di mandare a benedire la forma canzone.
Il tutto, però, funziona proprio perché sono i Taake a riuscire a rendere coerenti tutti questi elementi all'interno di un linguaggio così composito e articolato. Le varie sezioni diventano capitoli di una narrazione che conduce a una trama organica. Ciò che colpisce l'ascoltatore è il dialogo che Hoest riesce ogni volta a instaurare tra sé stesso e i diversi stilemi del black metal: un confronto mai banale, che colloca "En Skog av Nidstang" tra le uscite più significative della scena black metal di quest'annata.
Recensione a cura di Gabriel Althos Aldo
Voto: 85/100
Tracklist:
1. Einstoeingen og eg 10:08
2. Et dyr tok min hud 07:48
3. Engler 09:43
4. Av guds ville naade
Line-up:
Hoest - All instruments

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