FLOTSAM AND JETSAM "Rats In The Temple" (Recensione)


Full-length, Napalm Records
(2026)

Quarant’anni sul groppone e i Flotsam And Jetsam sono ancora qui. Non è poco: nel 1986 usciva "Doomsday For The Deceiver", uno dei dischi che hanno contribuito a fissare il thrash americano come coordinate principali, e oggi la band dell’Arizona arriva addirittura al diciassettesimo album in studio. Con "Rats In The Temple" Eric A.K. Knutson e soci non provano certo a reinventare il genere, ma puntano su quella formula ormai collaudata che da una decina d’anni li vede mescolare thrash metal (moderno), qualche venatura power e una buona dose di melodia. Il risultato è un disco che parte con le carte giuste: "Harvesting The Hate" è una bella mazzata fatta di riff affilati, stop and go, accelerazioni e un chorus che entra subito in testa. "Damnation" e "Absolution" proseguono sulla stessa linea, alternando aggressività e aperture melodiche, mentre "Blame The Knife" guarda più direttamente al vecchio thrash, con un andamento cadenzato e muscolare. Nessuna rivoluzione, insomma, ma quando i Flotsam spingono sul pedale giusto sanno ancora come far muovere la testa.

La componente melodica torna prepotente in "Her Blood Your Pain", dove certi richiami alla scuola britannica sono abbastanza evidenti, e in "The Ghost Behind My Door", capace di alternare momenti più epici a ripartenze aggressive. La title-track "Rats In The Temple" è invece una delle prove più corpose del lotto: più articolata, tecnica e pesante, mette in mostra il buon lavoro delle chitarre di Michael Gilbert e Steve Conley, che non si limitano a macinare riff ma costruiscono anche armonizzazioni e aperture capaci di dare carattere ai brani. "A New Kind Of Hell" mantiene alta la tensione, mentre "The Edge Of Nowhere" punta maggiormente sull’atmosfera e sulla melodia. E qui bisogna dare atto ai Flotsam di una cosa: dopo quarant’anni non suonano come una vecchia band che cerca disperatamente di ricreare il 1987. Eric A.K. non è più quello di "Doomsday For The Deceiver", naturalmente, ma la voce attuale, più ruvida e vissuta, si adatta perfettamente alla formazione di oggi e rimane uno degli elementi che rendono immediatamente riconoscibile il gruppo.

Peccato che non tutto il disco abbia lo stesso mordente. "First On The Spike" è il classico pezzo che non fa venire voglia di premere lo skip, ma nemmeno quello che ti farà correre a riascoltarlo una volta terminato l’album. È corretto, professionale, ben suonato e sostanzialmente innocuo. "A Taste For War" convince a metà: l’alternanza fra parti più aggressive e passaggi ariosi funziona, ma alcune soluzioni danno una fastidiosa sensazione di già sentito. Ed è proprio qui che "Rats In The Temple" mostra il suo principale limite: la formula dei Flotsam And Jetsam è ormai così rodata che, a tratti, si sente più la formula della canzone. Non servivano esperimenti assurdi o svolte commerciali, ma qualche rischio in più avrebbe fatto bene. Dopo diciassette album, sapere esattamente cosa aspettarsi può essere rassicurante per i fan, ma anche un po’ pericoloso per la band. Il disco non è mai realmente brutto, ma qualche brano sembra esserci semplicemente perché doveva esserci.

E poi c’è il minutaggio. Cinquantasei minuti e tredici brani non sono pochi, soprattutto quando il gruppo si muove all’interno di coordinate stilistiche abbastanza compatte. Una bella sforbiciata avrebbe giovato parecchio: togliere un paio di episodi meno incisivi avrebbe reso la scaletta più cattiva e avrebbe aumentato il peso dei brani migliori. Anche la produzione, pur potente e moderna, tende in alcuni momenti a rendere il tutto fin troppo compatto. Le chitarre hanno peso, la batteria picchia e la voce è sempre presente, ma qualche apertura dinamica in più non avrebbe fatto male. Il rischio, altrimenti, è quello di avere un muro sonoro molto efficace sul momento ma meno capace di lasciare dettagli nella memoria dopo la fine dell’ascolto. E quando una band possiede una storia come quella dei Flotsam, non basta più semplicemente suonare bene: bisogna anche scegliere con il bisturi ciò che vale davvero la pena mettere su disco.

Alla fine, però, "Rats In The Temple" resta un buon disco. Non è "Doomsday For The Deceiver", non è "No Place For Disgrace" e probabilmente non è nemmeno il punto più alto della seconda vita della band, ma non è nemmeno un inutile esercizio di nostalgia. I Flotsam And Jetsam hanno ancora riff, tecnica, melodia e soprattutto una personalità che molti gruppi più giovani si sognano. Il problema è che oggi possono permettersi di essere più selettivi e forse anche più coraggiosi. Quando centrano il bersaglio, come in "Harvesting The Hate", "Blame The Knife" e "Rats In The Temple", ricordano perché sono ancora qui dopo quattro decenni. Quando invece si affidano troppo al pilota automatico, il disco perde mordente. Quindi sì, i vecchi Flots sono ancora vivi, ancora rumorosi e ancora capaci di menare. Ma la prossima volta vogliamo meno mestiere e più coltello. 

Recensione a cura di Sergio Vinci
Voto: 75/100

Tracklist:
1. Harvesting the Hate 
2. Damnation 
3. Absolution 
4. Blame the Knife 
5. Rats in the Temple 
6. The Ghost Behind My Door 
7. First on the Spike 
8. The Edge of Nowhere 
9. Last Rites 
10. A Taste for War 
11. Her Blood Your Pain 
12. Anthem for the Broken
13. Not Goin' Down That Way

Line-up:
Eric A.K. - Vocals
Michael Gilbert - Guitars
Steve Conley - Guitars
Bill Bodily - Bass
Ken Mary - Drums

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