Intervista: AMASEFFER | Un viaggio tra metal, spiritualità e sonorità mediorientali
Dopo 18 anni di silenzio, gli Amaseffer tornano con un nuovo capitolo della loro storia musicale. Un ritorno atteso e costruito attraverso anni di esperienza, ricerca e crescita personale, che si riflette in un album concepito come un vero e proprio viaggio: una narrazione sonora in cui il metal incontra strumenti e atmosfere mediorientali, dando vita a un'opera profondamente legata alla dimensione spirituale e cinematografica della musica. In questa intervista, gli Amaseffer raccontano il significato del loro ritorno, il ruolo delle voci di Lukky Sparxx e Jessica Mercy, l'importanza degli strumenti tradizionali e il particolare approccio compositivo alla base del nuovo album.
PS: Recensione di "When the Lions Leave Their Den (Exodus Part II)".1. Perché il ritorno degli Amaseffer è così speciale?
Tutto ciò per cui hai lavorato duramente e che hai aspettato per così tanti anni prima di riuscire a realizzare diventa molto speciale e prezioso. Andare avanti contro ogni avversità, con impegno e, soprattutto, credendo in te stesso: è questo che ti permette di guardarti indietro e dire: “Ce l’ho fatta.”
2. Cosa rende l’album un vero e proprio viaggio?
Perché è esattamente ciò che è: una storia che parla di un viaggio, di persone, di individui e di un percorso spirituale. Comporre la musica della trilogia Exodus degli Amaseffer è come scrivere la colonna sonora di un film, ed è questo l’approccio che abbiamo seguito fin dal primo giorno. Una volta terminato il processo creativo, puoi visualizzare la musica e le voci e percepire come tutti questi elementi confluiscano nella sensazione di intraprendere un viaggio sulle ali della musica.
3. Come viene utilizzato il tema del deserto?
Non viene utilizzato semplicemente come un tema: è parte integrante della composizione musicale nel suo insieme. È un quadro completo, ricco di colori, nel quale l’elemento del deserto si intreccia con tutti gli altri.
4. Quanto sono importanti gli strumenti mediorientali?
Tutti gli strumenti presenti negli album sono lì perché svolgono una determinata funzione. Nessuno strumento è più importante di un altro: ognuno ha il proprio posto d’onore all’interno della creazione. Quando ascolti il lavoro come un’opera completa, riesci a percepire ogni sezione, perché ciascun elemento è stato trattato come qualcosa di speciale, rispettandone la natura e ciò che rappresenta.
5. Come riescono a convivere metal e sonorità tradizionali?
È semplicemente un processo di scrittura. Non esiste una formula particolare. Le cose si uniscono in questo modo perché amo questi elementi e, per me, tutto ciò avviene in maniera molto naturale.
6. Perché i brani più lunghi non risultano troppo pesanti?
Quando guardi un film di due ore e ti piace davvero, perdi la cognizione del tempo. Ti lasci coinvolgere completamente e senti di essere parte della creazione artistica. Lo stesso accade con gli Amaseffer. Compongo la musica come se stessi scrivendo la colonna sonora di un film, ed è proprio questo che fa sì che i brani più lunghi risultino leggeri e piacevoli da ascoltare.
7. Che ruolo hanno le voci di Lukky Sparxx e Jessica Mercy?
Per me, la voce si trova al vertice della piramide per importanza all’interno di un album musicale, soprattutto quando si tratta di un concept album. Ho fatto un provino a moltissimi cantanti e non volevo scendere a compromessi nemmeno dello 0,0001%! Nel nuovo album hanno un ruolo monumentale e non potrei essere più felice del fatto che siano loro a cantarlo.
8. Che cosa rappresenta “Wooden Staff Part II”?
Questo brano è il mio preferito del nuovo album. Ho un legame molto profondo con esso, sia dal punto di vista musicale sia da quello dei testi. Rappresenta una reliquia sacra, ma questa reliquia possiede un’anima, proprio come te, come me o come qualsiasi altra persona su questo pianeta. Tutti noi abbiamo un’anima. Siamo frammenti del cielo, una scintilla, un bagliore. Ed è proprio questa correlazione a rendere questa canzone così speciale e personale. Se la ascolti nuovamente dopo averti raccontato questo e segui il testo mentre la musica procede, riuscirai a comprenderla e anche a sentirla su un nuovo livello, più personale. Siamo tutti gioielli della corona.
9. In che modo i 18 anni di silenzio hanno influenzato l’album?
Ho 18 anni in più, sono più saggio, più tranquillo, più con i piedi per terra, ma ho ancora lo stesso cuore e continuo a scrivere con il cuore. Questa combinazione di 18 anni di viaggio personale e di un cuore che continua a pompare il sangue nelle mie vene ha dato all’album un sound fresco, mantenendo però la stessa identità musicale.
10. Perché questo album richiede un ascolto attento e completo?
Questo album è come una tana del coniglio: entri senza sapere cosa troverai o dove ti porterà, ma a ogni ascolto impari qualcosa in più e trovi la tua strada al suo interno. Ho ascoltato l’album tantissime volte, innumerevoli volte, e ogni volta scopro nuovi punti di interesse con cui riesco a relazionarmi in maniera diversa. Lo adoro!
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