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mercoledì 9 marzo 2016

ASEPTIC WHITE AGE - Reminescence (Review)

Full-length, Memorial Records
(2015)

Salve a tutti lettori di HeavyMetalManiacZine.Questa sarà una delle prime occasioni nelle quali, oltre ad analizzare la musica, vi parlerò di immagini. Perché alla fine non tutta la musica è fine a se stessa, o meglio, quasi mai lo è; però talvolta la musica, i suoni, possono dar luce e far vivere anche delle immagini, delle visioni astratte o concrete che siano. Così immagino di tornare a casa, accendere il computer e trovarmi davanti questa custodia.
L’artwork rappresenta una sorta di affresco che ritrae delle nubi, che si mescolano contorte; e pare di vedere anche le sporgenze di una montagna. In tutto questo, sul lato destro vediamo scritto il nome del gruppo ed anche il titolo di questa, che poi è un’opera, d’altronde: Aseptic White Age – Reminescence. 

Apro la custodia e sul lato sinistro trovo un’altra immagine, che orientativamente rappresenta sempre nuvole, ma anche un bosco; al centro del bosco si erge un albero, molto alto. E sotto, in corsivo il versetto: “The Aseptic White of Reality, the Aseptic White of Pretense, the Aseptic White of the future, Unattainable oniric future, Now Past”
Se sfoglio il libretto, trovo una serie di immagini con i titoli dei brani affianco, ed alla fine la formazione: Mike Pelillo - Guitars & Soundscape, Marco Landi - Guitars & Soundscape, Carlo Alberto Vandelli – Drums, Nicolò Cavallaro – Bass, Andrea Cantaroni – Synth, Matteo Valentini – Sax.  Sul lato destro ovviamente trovo il CD, che vado a mettere nel lettore del Computer…ed inizia il viaggio. Una tastiera che crea sottofondo, quel tappeto ambient dal suono onirico inizia a cullarmi. So già che dovrò affrontare un qualcosa, ma non so ancora cosa. Cambio di programma: inizio a capire cosa sta succedendo, gli altri strumenti cominciano a forgiare delle sonorità molto trascinanti, dal sentore Progressive…dall’andamento un po’ psichedelico, dal groove interessante. Una moltitudine di sensazioni che si mescolano, si amalgamano sapientemente. L’alchimia viene continuamente spezzata e ricreata secondo criteri che non avevo mai sentito prima. Ed anche la chitarra sembra avere un ruolo proprio, e si fa spazio egoisticamente, con un buon assolo. Altro cambio… la scena è totalmente stravolta, si torna ad un ambient più curato, esteticamente perfetto. Questa era “Moltitude”.

Il giorno dopo riprendo a sentire il disco, e proseguo il viaggio attraverso i paesaggi delineati dalle note dei nostri. La seconda traccia “Monolith” può sembrare più lineare rispetto alla precedente, tuttavia è una sensazione errata…Poiché le continue illustrazioni musicali che si susseguono, creano ambienti decisamente diversi e variopinti. Questa traccia vede un buon approccio compositivo da parte del bassista e del batterista, che contribuiscono a creare vari groove dal gusto trascinante. C’è una sorta di intesa tra i componenti del gruppo che permette loro di creare altrettante sfumature, all’interno di un brano come questo, a cavallo tra Progressive e Atmospheric Metal. Ottime le parti soliste delle chitarre e del sax, dissonanti ma in tema con il resto degli altri strumenti.
Verrebbe quindi da dire che il gruppo presenta questo tipo di sonorità, molto sperimentali e per nulla legate a schemi prefissati. A mio avviso uno dei gruppi Italiani più “storti” in circolazione. Dopo questa piccola parentesi, ecco che arriva il terzo brano “Gravity”. Brano dalle sonorità che oserei definire cinematografiche che si presenta comunque come un brano progressive metal; qui la band inserisce addirittura delle parti cantate in scream. E’ presente una certa consapevole follia in questa traccia, poiché rappresenta diverse sezioni che sono così ben amalgamate (e ti spaventi quando capisci che il gruppo ha praticamente improvvisato tutto…). Quel filo conduttore portatore di innovazione è sempre ben visibile seppur se sovrastato dai suoni di sintetizzatori, tastiere e strumenti vari. 

Come invece volevasi dimostrare, la successiva “Antigravity” vuole dipingere uno scenario opposto, alle volte anche fin troppo lineare per quanto riguarda un ascolto impegnato. Funge quindi da epilogo, a mio avviso, della precedente “Gravity”. E presenta delle sonorità comunque più soft e decisamente meno tirate in termini di ritmiche, e riffing vari. Il brano termina con una sezione ambient notevole. Arriviamo quindi a quella che è “Disease”, una traccia più movimentata e decisamente meno “ragionata” in un certo senso. E’ il risultato di ritmiche molto varie, riffing talvolta più curato e talvolta intenso e più marcio. Verso la fine del brano (che è decisamente corto) c’è un crescendo, ed il brano finisce in modo parecchio effettato. Tuttavia il viaggio continua, senza sosta, attraverso lande inesplorate e paesaggi dal vario colore indefinito. Atmosfera, chitarre acustiche e distorte si fondono in un vortice letale di follia dal sapore genuino; il suono deviato dal gusto Progressive e sperimentale fino all’infinito, ci porta in territori mai visti. Rimaniamo quindi travolti da questa potenza (che non ti aspettavi) e ci godiamo questo importante tassello del puzzle. Cambio di atmosfera, un sintetizzatore emula il vento (?), qualcosa di distorto e folle che ad un certo punto disturba la quiete che si era creata pocanzi. Ed ancora in realtà, i nostri spingono sull’acceleratore e ci portano in un altro scenario, dal sapore più o meno horror-doom (più o meno: visto il sax e comunque l’atmosfera cupa).
Un fill di batteria, ed un riff di chitarra: questa è l’intro di “Synapsis” la penultima traccia del disco, e quindi il penultimo scenario. Siamo catapultati in un luogo blasfemo, quasi misterioso…oserei direi oscuro. Anche se le sonorità sono quelle oramai note, il sentimento è totalmente differente. Un’atmosfera dal sapore mistico ci accompagna fino a che, la band non decide di portarci in altri luoghi. Molto interessante il cambio d’atmosfera, più calma…che dura poco, poiché i nostri decidono di pestare duro ancora una volta. Il sax risuona come una speranza, un bagliore di luce in questo uragano di pazzia (pur sempre geniale). Buono l’assolo dal gusto Rock-Fusion, perfettamente incastrato nel contesto ritmico che i nostri hanno ricreato.

Fine del viaggio, ultima frontiera, termine ultimo, insomma… ”Hypophysis” ha il compito, tristissimo a mio avviso, di chiudere quest'opera. Poiché questa ultima presenta sonorità veramente fuori di testa (in senso positivo: della roba ambient con inserti di synth, bassi sintetizzati e varie strumentazioni particolari) bisogna dire che chiudere con una traccia del genere è da persone o esaltate (quindi pazze) oppure da geni totali. Io personalmente tendo a preferire il genio di codesta band che veramente ha dimostrato una grande capacità, una grande conoscenza dal punto di vista musicale per quanto riguarda anche la varietà dei brani. Ci sono band talmente storte da risultare inascoltabili, tuttavia non è questo il caso.
E che dire…buona fortuna, Aseptic White Age.

Recensione a cura di: Matteo "DoomMaster" Perazzoni
Voto: 75/100

Tracklist:
1) Moltitude 06:28
2) Monolith 06:18
3) Gravity 05:45
4)Antigravity 08:45
5) Disease 03:34
6)Antidote 05:36
7) Synapses 06:30
8) Hypophys 05:55

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