19/10/17

TRIVIUM "The Sin And The Sentence" (Recensione)

Full-length, Roadrunner Records
(2017)

I Trivium sono uno di quei gruppi sempre al centro della critica, che essa sia positiva o negativa. Da una parte abbiamo chi li accusa di essere cambiati, modernizzati e addirittura venduti, e dall' altra chi accetta e ascolta trovando nella loro musica sempre ispirazione e piacere. Il fatto che può scaturire queste due correnti di pensiero probabilmente è che la band americana non ha mai riproposto la stessa solfa, ogni album è diverso dal precedente, mostrando nuove influenze e stili compositivi. E' importante sottolineare però che il cambiamento non è sempre sinonimo di evoluzione, ma di certo rende curiosa ogni loro uscita perchè non si sa mai cosa aspettarsi. 

Il loro ottavo album "The Sin and the Sentence" parte subito con la title-track, una canzone che racchiude alla perfezione la caratteristica peculiare della band: la melodia. Il tutto suona ottimo, gli strumenti sono mixati alla perfezione, voce eccezionale, cori al volume giusto e batteria aggressiva e fantasiosa. Un eccellente biglietto da visita per il nuovo batterista Alex Bent, vero protagonista assoluto in questa canzone e non solo, capace grazie al suo drumming di salvare circostanze altrimenti senza mordente e noiose. Tra un richiamo a Bach nel solo, uno stile vocale che ricorda vagamente Corey Taylor e una conclusione completamente staccata dal pezzo principale che sfiora i confini del Black Metal passiamo alla successiva "Beyond Oblivion". Una canzone dai tempi altalenanti dove, ancora una volta, la batteria è lo strumento che davvero aggiunge valore. La canzone non è affatto male e non ha quella sensazione di già sentito e la performance vocale, sia pulita che sporca, si dimostra eccellente e sempre arricchita da vari effetti e raddoppi di voce. Le successive due: "Other Worlds" e "The Heart from your Hate" rallentano e danno più spazio alla voce e alle melodie perdendo quasi ogni collegamento al metal, legate ad esso solo da qualche breakdown. "Betrayer" invece racchiude molto bene i due filoni precedentemente descritti, riassumendo molto bene i lati positivi della prima parte del disco.

La seconda parte del disco è molto varia, infatti inizia la metalcoreggiante (passatemi il termine) "The Wretchedness Inside", prosegue con le sfumature pop-punk di "Endless Night" e continua con la variegata "Sever the Hand" dove al suo interno sono racchiusi numerosi generi quasi a risultare fastidiosa e confusionaria. Dopo un inizio della seconda parte un po' deludente e noiosa arrivano "Beauty in the Sorrow", "The Revanchist" e "Thrown into the Fire", le quali riaccendono un po' gli animi grazie alla loro aggressività di facile ascolto e dinamicità, senza però mai mostrare qualcosa di davvero sbalorditivo non già sentito in questo disco. 
A conti fatti il disco va a momenti, ogni traccia ha quel qualcosa che ti fa esclamare "ehy, figo questo!", ma nel complesso si aggirano costantemente nella mediocrità, salvo poche tracce davvero ben sviluppate e ispirate. Eccellente la prova del nuovo batterista, capace di salvare canzoni da solo, mentre si rivela scarsa la prova vocale in scream del frontman Matthew Heafy, infatti, in molte occasioni, si ha la sensazione che essa venga usata come toppa.

Recensione a cura di: Benito Stavolone
Voto: 78/100

Tracklist:
1. The Sin and the Sentence 05:49
2. Beyond Oblivion 05:16
3. Other Worlds 05:49
4. The Heart from Your Hate 04:03
5. Betrayer 05:27
6. The Wretchedness Inside 05:32
7. Endless Night 03:38
8. Sever the Hand 05:26
9. Beauty in the Sorrow 04:31
10. The Revanchist 07:17
11. Thrown into the Fire 05:29

DURATA TOTALE: 58:17

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