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IRON MAN "South of the Earth" (Recensione)


Full-length, Rise Above Records
(2013)

Gli americani Iron Man prendono il nome da uno dei pezzi piĆ¹ famosi e rappresentativi dei quattro di Birmingham. Nascono sul finire degli anni Ottanta proprio come loro cover band. Questo ci dice, giĆ  prima di ascoltare una singola nota, cosa probabilmente ci aspetterĆ . Avevo letto della band in esame piĆ¹ volte nel passato, avevo letto recensioni di questo album non particolarmente lusinghiere e forse per questo, nonostante abbia acquistato il vinile piĆ¹ di un anno fa, non li avevo mai ascoltati fino a qualche giorno addietro. Ed ĆØ stato un errore. Ma adesso vi ho posto rimedio. 

Casualmente mi sono ritrovato il vinile tra le mani e senza alcuna aspettativa, l’ho messo sul piatto. Viste le premesse qualcuno potrebbe chiedermi perchĆ© ho comprato questo album. Per una ragione. E’ stato pubblicato dalla Rise Above ed io mi fido ciecamente delle sue uscite. La seconda domanda che potreste farmi ĆØ: sono davvero delle brutte copie del Sabba Nero come si legge in giro? Niente di piĆ¹ sbagliato. Gli Iron Man partono dai Black Sabbath, questo come migliaia di altre band metal da quarant’anni a questa parte, ma allo stesso tempo hanno un loro sound, un loro stile, ma soprattutto hanno la voce soul di Dee Calhoun che si innesta alla perfezione su questa musica e gli dona una profonditĆ  difficile da trovare in altre band con queste sonoritĆ . 

Quello che si ascolta ĆØ un suono fangoso che deve tanto a quello stoner anni novanta, da dove arrivano anche loro, e che si mischia a quell’hard dei primi Soundgarden. La musica non si fa mai complessa, non ha particolari accelerazioni, ma vive di tempi mediamente lenti, in cui emerge, ottimo, il feeling della band, che tira fuori una grande energia su una musica che dispensa groove e sudore a volontĆ . "South of the earth" ĆØ ottimamente prodotto, sprigionando un suono caldo. Le canzoni suonano scorrevoli, sono ben architettate, e nonostante la band non inventa niente, riesce a trovare una formula che li rende interessanti e non dei semplici cloni del sabba nero, come ce ne sono tanti in giro. Sicuramente la voce ha un ruolo decisivo per distinguersi, una voce soul, a tratti rauca, acuta al bisogno, che ricama linee vocali interessanti e si esprime con una visceralitĆ  che tocca le corde interiori di chi lo ascolta con la giusta predisposizione. 

Non sono entrato nel dettaglio dell’album, non ho parlato di singole canzoni, perchĆ© secondo me non ce n’ĆØ la necessitĆ . "South of the earth" ĆØ uno di quegli album che va ascoltato dalla prima all’ultima nota, perchĆ© scritto alla vecchia, pensato non per tirare fuori uno o due singoli, ma per tenere alta l’attenzione su tutta la sua durata. Se volete capire se vi puĆ² piacere o meno, ascoltate la canzone eponima, perchĆ© ĆØ rappresentativa di quel che suonano e come lo suonano, ma mi raccomando, non fermatevi lƬ, andate avanti fino alla fine. Nota a margine. L’album analizzato ĆØ stato l’ultimo pubblicato dalla band nel 2013. Probabilmente ĆØ stato anche l’ultimo lavoro in assoluto, perchĆ© il leader, il chitarrista Alfred Morris III ĆØ passato lo scorso anno a miglior vita. 

Recensione a cura di John Preck
Voto: 75/100 

Tracklist:
1. South of the Earth 
2. Hail to the Haze 
3. A Whore in Confession 
4. The Worst and Longest Day 
5. Ariel Changed the Sky 
6. IISOEO (The Day of the Beast) 
7. Half-Face / Thy Brother's Keeper (Dunwich Pt. 2)
8. In the Velvet Darkness 
9. The Ballad of Ray Garraty 

DURATA TOTALE: 52:16

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