BLOOD INCANTATION "Hidden History Of The Human Race" (Recensione)


Full-length, Dark Descent Records
(2019)

I Blood Incantation sono veramente il gruppo di cui non si può parlare male. E questo secondo album ne rafforza le ragioni: il quartetto del Colorado è veramente il più figo gruppo death metal dell'ultima generazione. In parole povere, riescono a coniugare uno stile ed un approccio old-fashioned – fanno death metal vero e proprio, niente qualcosa-core, niente fredda tecnica sparata a mille – con la capacità di esprimere qualcosa di fresco e, a tratti, persino nuovo. 

Cosa troviamo in questo secondo “Hidden history of the human race”? Davvero di tutto, ma miscelato in maniera tale da non perdere niente in termini di coesione e compattezza. La base è un death metal vecchio stampo, ma non mancano frequenti incursioni nel thrash diretto e senza fronzoli. Ma questa è solo la base di partenza, perché poi, per ricreare le atmosfere aliene e sulfuree che li caratterizzano, i Blood Incantation pescano a piene mani dal metallo dissonante ed atonale degli Immolation, dallo sperimentalismo dei Voivod più ombrosi, dalla psichedelia in salsa metallara, con qualche accenno alle melodie esotiche dei Nile. Un altro punto di riferimento che viene spesso citato, anche dalla band stessa con le proprie magliette, è chiaramente quello dei Morbid Angel più sulfurei, specialmente quelli più sperimentali di “Domination”. 

Questo collage di disparate influenze è trattato dalla band a stelle e strisce con un fortissimo senso della progressività. I brani non sono lineari, si contorcono, si trasformano, saltano da un passaggio all'altro con assoluta naturalezza, senza forzature. Una cosa che spesso capita nel metallo più estremo è l'incapacità di far dialogare le varie parti dei pezzi, come se bastasse giustapporre dei bei riff per costruire un bel brano. Ma le composizioni dei Blood Incantation non sono solo collezioni di riff, anche se questi non mancano di certo: hanno uno schema ben preciso, ed è evidente come siano capaci non solo di fare male, ma anche di gestire benissimo armonie e melodie senza mai essere melensi o scontati. 

E' facile citare il quarto ed ultimo brano – con un titolo lungo come un pezzo dei Bal-Sagoth – come highlight dell'album, che con i suoi 18 minuti di durata racchiude davvero ogni singola sfaccettatura del loro sound, anche se forse è il terzo brano, quello strumentale, a dimostrare ogni oltre ragionevole dubbio quanto siano bravi: hanno un grande controllo della propria tecnica senza dare stupido sfoggio di velocità sovrumane fini a sé stesse, e sono riusciti anche ad ottenere una produzione calda ed abrasiva, lontana da quelle sonorità fredde e plastificate che oggi vanno per la maggiore e che vengono usate senza cognizione di causa. 
Non è che io abbia ben tenuto conto delle uscite del 2019, ma questo disco è entrato sulla fiducia nella top ten dell'anno, poco ma sicuro.

Recensione a cura di Fulvio Ermete
Voro: 80/100

Tracklist:
1. Slave Species of the Gods
2. The Giza Power Plant
3. Inner Paths (To Outer Space)
4. Awakening from the Dream of Existence to the Multidimensional Nature of Our Reality (Mirror of the Soul)

WEBLINKS:
Bandcamp
Facebook
Spotify

Nessun commento