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LABYRINTHUS STELLARUM "Vortex of the Worlds" (Recensione)


Full-length, Independent
(2024)

Son rimasto subito colpito da questo progetto, portato avanti da dei giovanissimi ragazzi ucraini, che si son prefissi l’obiettivo di riproporre, al giorno d’oggi, del perfettamente classico Black Metal sinfonico. Già dalle scelte grafiche, la loro proposta mi apparve più che mai seria e devota al vero spirito del genere: un logo bellissimo, intricatissimo, eppure elegante, dove, se si ha l’occhio e l’impegno, si possono individuare le lettere perfettamente incastrate fra di loro. Anche questa è arte e il Black Metal è fatto anche di queste cose, perché sono messaggi che vengono lanciati ad un livello sotteso: non ci importa che un Pinco Pallino qualsiasi riesca a leggere il nome della band, a noi interessa che ci sia qualcuno in grado di comprendere il concept dietro al nostro progetto!

E che concept! Già dall’artwork, sia di questo ultimissimo lavoro che del predecessore, “Tales of the Void” del 2023, possiamo capire dove si va a parare: orrore cosmico, Grandi Antichi, il lento passare di misteriosi eoni. Sì signori, avete capito bene: i nostri si rifanno pesantemente agli austriaci Summoning, ma laddove lì c’era J.R.R. Tolkien, qui abbiamo H.P. Lovecfraft. In pratica, senza face-painting o artifici scenici di sorta, i nostri colpiscono nel segno, lasciando a casa tanti loro colleghi, anche ben più navigati, che ormai appaiono un po’ stracotti nelle solite tematiche che ormai fanno ben poca impressione. A dirla tutta, ormai, tutto s’è fatto parodia. Ma qui no, qui abbiamo gente seria, e dell’età anagrafica non potrebbe impostarmi di meno.

Se il primo, fantastico full-length, era molto Summoning nella sua resa finale, anche se con una drum machine programmata meglio, o per lo meno, in modo più formalmente corretto rispetto a quanto sentivamo in un “Minas Morgul”, qui ci sono anche i Limbonic Art, quelli migliori, quelli delle esotiche melodie di sintetizzatore su un bel tappeto Black Metal, quando il genere sinfonico voleva dire sperimentare e rompere barriere, non scadere nel commerciale e nel cliché! I nostri non sono una band tutta blast-beat e assalto frontale, non sarebbe coerente con quanto vanno ad evocare: ritmi cadenzati, ma mai troppo rallentati, mai virati al Doom Metal, melodie di chitarra e tastiere, e screaming vocals altamente riverberate, per rendere al meglio l’idea di distanze e vuoti cosmici.

Tutto questo, e vi assicuro, non è poco né banale, in appena 36 minuti di album: se i loro gruppi di riferimento spesso estendevano il tutto in magniloquenti album dalla durata di oltre 60 minuti, qui si bada alla sintesi, al non esagerare, al dire tutto il necessario senza perdere il senso della misura. Per carità, non si possono così superare i maestri del genere, perché quelli rimangono lì, e il loro l’hanno fatto prima di tutti, al momento giusto, però anche qui: siamo in una fase di sofferenza per il Metal in generale, dove si punta davvero al marketing del Pop e a dinamiche da musica leggera e radiofonica, quindi abbiamo bisogno di simili progetti proprio oggi, come se si trattasse del ritorno dei Grandi Antichi pronti ad azzerare ogni traccia dell’insignificante essere umano. Per me, una conferma e un passo in avanti, e se questi sono i giovani d’oggi, ben vengano, e chissà cosa faranno da adulti un domani!

Recensione a cura di Luke Vincent
Voto: 90/100

Tracklist:

1. Transcendence 
2. Downfall 
3. Interstellar Wandering 
4. From the Nothingness 
5. The Light of Dying Worlds 
6. Vortex of the Worlds

Line-up:
Misha Andronati - Guitars, Mixing, Mastering
Alexander Andronati - Vocals, Keyboards, Drum programming, Arrangements, Songwriting, Mixing

Web:
Bandcamp
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