Intervista: BARA


I Bara tornano con “Mary Cry”, un lavoro che segna un punto di svolta rispetto al passato, quando la band si presentava sotto il nome di Barafoetida. Non si tratta solo di un cambio di nome, ma di una vera trasformazione artistica e umana: da una visione più introspettiva e legata alla “ferita” si passa a un’apertura verso l’esterno, più consapevole e dinamica. Il gruppo sembra aver ridefinito la propria identità, mantenendo intatta l’intensità ma affinando ulteriormente il equilibrio tra tecnica ed emotività. Ne emerge un sound affilato, teatrale e personale, che oggi rappresenta in pieno la nuova fase dei Bara. In questa intervista, Denny Zeta ci guida attraverso questo percorso evolutivo e creativo.

1. "Mary Cry" rappresenta una rinascita dopo Barafoetida: cosa è cambiato davvero nella vostra visione musicale?
Dopo Barafoetida sentivamo di avere bisogno di un cambiamento: cercavamo ciò che ci mancava, cioè la dimensione umana. In sintesi, Barafoetida guardava dentro la ferita, mentre i Bara, con Mary Cry, guardano fuori dalla finestra dopo che la ferita ha iniziato a rimarginarsi.

2. Il vostro suono è descritto come “affilato e teatrale”: quanto conta l’impatto emotivo rispetto alla tecnica nella vostra musica?
L’impatto emotivo e la tecnica, nella nostra musica, vanno di pari passo.

3. La voce di Luke Warner è uno degli elementi più distintivi: come avete lavorato per renderla così intensa e riconoscibile?
Luke Warner si è sempre distinto per la sua ricerca vocale; insieme alla band ha ulteriormente affinato le sue doti.

4. I brani sembrano costruiti con grande precisione: partite da idee semplici o da strutture già complesse?
Partiamo da strutture complesse, composte da ognuno di noi e poi assemblate insieme.


5. Quanto è importante mantenere una coerenza sonora così marcata lungo tutto l’album?
È molto importante per mantenere la nostra identità.

6. "In The Flames" e "The End" emergono per intensità: quali sono i brani che sentite più vostri?
I brani sono tutti delle nostre creature; poi ognuno di noi ha i suoi preferiti.

7. Il vostro sound richiama nomi storici come The Sisters of Mercy: vi pesa questo tipo di paragone o lo vivete come un punto di forza?
Viviamo questo paragone come un punto di forza e ne siamo orgogliosi.

8. Le chitarre hanno un ruolo molto deciso: quanto incide il contributo di Luca Stoppa nella definizione del vostro stile?
Luca Stoppa, per noi, è un dio caduto dal cielo: un grandissimo contributo e un grandissimo amico. Lo stesso vale per tutti gli altri membri. Con il suo stile ha portato più corposità al nostro sound, oltre a un’ottima tecnica esecutiva e grande raffinatezza nella fase dei soli.

9. Il disco è breve ma denso: scelta voluta o naturale evoluzione del materiale scritto?
È una scelta voluta, anche perché abbiamo materiale a sufficienza per molti altri album.

10. Dove vedete i Bara oggi nella scena gothic/dark italiana?
Quale scena gothic/dark italiana? In realtà esiste, ma sinceramente, per come la vediamo noi, è molto più indirizzata verso la cold wave. Noi proponiamo qualcosa che va oltre tutto questo, inserendo elementi che spaziano dalla dark wave al gothic rock, a cui aggiungiamo tematiche horror e sonorità vicine anche al dark sound italiano. Questo ci rende probabilmente unici e ci contraddistingue dal resto.


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