Intervista: THE MUGSHOTS
I THE MUGSHOTS tornano con un nuovo lavoro dal titolo evocativo “Gloomy, Eerie And Weird”, un disco che promette atmosfere oscure, suggestioni cinematografiche e una forte impronta identitaria. Tra horror, ironia e sperimentazione sonora, la band continua a muoversi fuori dagli schemi, costruendo un universo artistico personale e riconoscibile. Abbiamo approfondito con loro la genesi dell’album, le influenze e l’evoluzione del progetto.
1. Il titolo “Gloomy, Eerie And Weird” è molto evocativo: come è nato?
È nato nel backstage del decimo anniversario dei Mugshots, in compagnia di TV Smith degli Adverts e Baz Warne degli Stranglers. I due non mi avevano mai visto truccato da Baron Samedi e lo trovarono divertente! A un certo punto TV Smith emise un: «Uuuuuhhh…», e io dissi: «Gloomy, eerie and weird!». La sua risposta fu: «Gloomy, eerie and weird… conosco quei tre!». E Baz Warne aggiunse: «Sì, come Qui, Quo e Qua!». Ho sempre inserito la parola “weird” nei titoli dei dischi dei Mugshots e l’ho utilizzata anche in questo caso.
2. Quali atmosfere volevate trasmettere con questo album?
Come in tutti gli album dei Mugshots, l’intento è quello di creare una sorta di colonna sonora per un film che non esiste, ma che racchiude tutti gli ingredienti che vorrei trovare in una pellicola: horror, fantascienza, delirio, ironia e riflessione.
3. Come descrivereste l’identità dei THE MUGSHOTS oggi?
Come ieri e come domani: sincretismo in musica, manipolazione di vari materiali sonori con un’unica regola ferrea – non seguire alcuna regola, mantenendo però una coerenza stilistica.
4. Quanto è importante per voi l’elemento teatrale nella vostra musica?
Durante i primi anni era molto più rilevante: abbiamo anche utilizzato performer esterni alla band per creare un impatto visivo più teatrale. Poi ho capito che è sufficiente vestirsi e muoversi nel modo giusto per trasmettere qualcosa a chi assiste allo show, magari con l’aiuto di qualche proiezione ad hoc alle spalle della band.
5. Cosa vi ispira maggiormente a livello visivo e concettuale?
I film horror degli anni Ottanta, i romanzi e racconti di Philip K. Dick, il pensiero gnostico, quello taoista e la morte.
6. Quanto conta l’estetica horror nel vostro percorso artistico?
Moltissimo. L’estetica horror, sempre venata di ironia, è entrata nel mio DNA all’età di otto anni, quando vidi per la prima volta La danza degli scheletri della serie Silly Symphonies (Disney). Pochi anni dopo mi appassionai allo Zio Tibia Picture Show, una sorta di versione italiana di Creepshow. Da allora, l’estetica horror è diventata per me una vera e propria dipendenza.
7. C’è un filo conduttore tra i brani del disco?
No. L’incoerenza lirica e musicale è la mia forma di coerenza.
8. In che modo questo album rappresenta un’evoluzione rispetto al passato?
Gli ospiti presenti su questo disco sono davvero di altissimo livello, per quanto mi riguarda: sono cresciuto come fanatico di King Diamond e ora ho coinvolto Andy LaRocque; i Katatonia di Brave Murder Day sono per me una forma di religione e Fredrik Norrman ha suonato un assolo da brividi; la mia adolescenza è stata segnata dalla musica degli Adverts e Gaye Advert non solo ha registrato una parte vocale, ma ha anche realizzato la copertina del disco!
9. Se doveste definire il disco con tre parole, quali usereste?
Weird, gloomy, eerie!
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