Intervista: WHATAFUCK | Dietro le maschere di "All My Faces"


Con "All My Faces", i Whatafuck confermano la volontà di proseguire un percorso musicale che fonde groove metal, nu metal e influenze alternative in un linguaggio personale, capace di alternare impatto, melodia e una forte componente introspettiva. Un disco che nasce da esperienze vissute, emozioni autentiche e dalla voglia di trasformare la musica in uno strumento di espressione diretta, senza inutili compromessi. Per approfondire la genesi dell'album, il processo compositivo e le prospettive future della band, HeavyMetalManiac.it ha intervistato Davide Giorgi, mente creativa e autentico factotum del progetto Whatafuck. Dalla scrittura dei brani alla produzione artistica, passando per i testi e la visione che guida la band, Davide ci racconta il mondo di "All My Faces", svelando il significato che si cela dietro le sue molteplici "facce" e gli obiettivi che i Whatafuck si sono posti per il futuro.

1. "All My Faces" nasce dal concetto delle molteplici identità dell'individuo moderno. Qual è stato il tuo percorso personale e creativo che ti ha portato a trasformare questo tema nel filo conduttore dell'intero album?
In realtà il disco affronta il tema delle sfaccettature caratteriali solo in parte. Ci sono brani fantasy, come "Kiss of Keratis", e altri semplicemente motivazionali, come "Never Give Up". Non è un concept album ma, in ogni caso, è tutto frutto di esperienze personali molto forti, che hanno cambiato per sempre il mio modo di affrontare la vita.

2. Il titolo del disco suggerisce l'idea di mostrare tutte le proprie sfaccettature, anche quelle più oscure e fragili. Qual è stato il "volto" più difficile da raccontare attraverso la musica?
È stato molto difficile dar vita al testo di "Dead Inside". Depressione, attacchi di panico, crisi d'ansia... Aprirsi così è stato liberatorio, decisamente.

3. In "All My Faces" riesci a bilanciare aggressività e melodia, passando da momenti molto pesanti ad aperture più emotive. Come lavori per trovare questo equilibrio senza sacrificare nessuno dei due aspetti?
Io di solito mantengo una struttura molto "pop" nei miei brani: riffone potente, stacco, strofa spesso melodica, un pre-ritornello e poi un ritornello. Mi piace alternare il rauco con il melodico, crea belle dinamiche. Certo, è roba di genere... ma io quello faccio!

4. Il sound dei Whatafuck unisce groove metal, influenze alternative, elementi moderni e una componente più atmosferica. Quali artisti o esperienze musicali hanno contribuito maggiormente a definire la tua identità compositiva?
Io di solito parto da un riff di chitarra e poi arriva tutto il resto quasi in automatico. Le mie influenze si fanno sentire soprattutto nelle parti cantate più melodiche: i Depeche Mode su tutti, ma in generale tutta la new wave degli anni Ottanta. Invece le parti più incazzate arrivano da Slipknot, Machine Head, Sepultura ecc., cioè dal nu metal degli anni Novanta e Duemila. Niente di così evidente, eh... Credo di mantenere comunque un mio stile riconoscibile.


5. Brani come "Kiss Of Keratis" e "Inside My Space" mostrano due anime molto diverse del progetto: una più immediata e potente, l'altra più introspettiva. Come decidi quale lato far emergere durante la scrittura di una canzone?
Non ci sono scelte a tavolino, in realtà. Io suono come la musica mi gira in testa. Se chiama un bel groove, continuo così. È tutto molto istintivo.

6. Una delle qualità più evidenti del disco è la capacità di trasmettere energia senza rinunciare alla componente emotiva. Quanto è importante, per te, creare un legame con l'ascoltatore che vada oltre il semplice impatto sonoro?
In realtà io compongo per me. Se poi piace a chi ascolta, meglio così.

7. "All My Faces" presenta una produzione moderna, ma conserva naturalezza e aggressività. Quanto lavoro c'è stato dietro la ricerca del suono definitivo e quali erano gli obiettivi principali durante le registrazioni?
La produzione, come sempre, è stata affidata a Lorenzo Gavinelli degli Zero Point Energy Studios di New York. È un rapporto ormai consolidato che dura dal primo disco dei Whatafuck. I suoni sono moderni ma non attuali: l'idea era quella di dare un'impronta più rock/nu metal di inizio anni Duemila, comunque potente e definita.

8. Nei testi emergono rabbia, conflitto interiore e trasformazione personale. La tua scrittura nasce principalmente da esperienze vissute in prima persona oppure dall'osservazione della società e del mondo che ti circonda?
Come già detto in precedenza, tutto quello che scrivo nasce da esperienze personali. Anche "Kiss of Keratis", che parla di una mummia che esce dal suo sarcofago in un museo e attacca una guardia, è un'idea nata da una mia paura da bambino.

9. Alcuni osservatori hanno sottolineato come il disco, pur essendo molto solido, rimanga in parte ancorato a strutture compositive consolidate. È una scelta consapevole oppure in futuro pensi di spingere il progetto verso soluzioni ancora più sperimentali?
No, non credo che sperimenterò in futuro. Anzi, cercherò di comporre il più possibile canzoni orecchiabili, con ritornelli che restino in testa e non se ne vadano. Quindi metal di facile ascolto, ma di buon gusto e cattivo al punto giusto!

10. Con "All My Faces" sembra che i Whatafuck abbiano raggiunto una nuova maturità artistica. Guardando al futuro, quale pensi debba essere il prossimo passo per far crescere ulteriormente il progetto e portarlo a un livello ancora superiore?
Il prossimo passo sarà quello di invadere i vari festival e farci conoscere sempre di più. Tante prove con la band, un look più curato e video sempre più professionali. Bisogna costruire una fanbase più folta sui social e riportare la gente sotto i palchi metal. Questo sarà il prossimo obiettivo.


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