Intervista: INFECTION CODE | Quasi trent’anni di rumore, evoluzione e oscurità
Quasi trent'anni di attività, undici album e una continua ricerca di un'identità sonora capace di evolversi senza perdere di vista le proprie radici. Gli Infection Code sono una delle realtà più longeve e coerenti della scena estrema italiana, una band che ha attraversato cambi di formazione, sperimentazioni e trasformazioni, fino ad arrivare a "De Reptilium Arcanis". In questa intervista, Andrea Rasore, bassista della band, ripercorre la storia del gruppo, raccontando l'evoluzione del sound, il metodo di composizione, il rapporto tra i membri e quella necessità espressiva che, dopo quasi trent'anni, continua a spingere gli Infection Code a salire sul palco e a guardare avanti. Risponde Andrea Rasore, bassista della band.
1. Gli Infection Code rappresentano una delle realtà più longeve della scena estrema italiana. Qual è stato il segreto per mantenere viva la band per così tanti anni?
La passione, indubbiamente. Avere una band underground, oggi come ieri, è una faticaccia. Oltre alle normali questioni organizzative, ai problemi personali, ai costi che si hanno, quello che pesa molto è la difficoltà nel trovare contesti live. È un argomento sentito mille volte, ma per una band, che sia appena formata o che sia in giro da anni, o decenni come noi, è difficile trovare venue, bisogna perdere davvero tanto tempo per cercare di farsi largo nel panorama nazionale e non solo. Lo spazio è poco e purtroppo tutti cercano di guadagnarsi il loro angolino come possono. Per quanto riguarda il piano umano, invece, sicuramente un elemento fondamentale è il rispetto tra i membri, l'ascolto e il lavorare bene assieme. Se un membro della band vuole comandare su tutto non si va da nessuna parte.
2. Guardando alla vostra discografia, quali album considerate fondamentali per comprendere l'evoluzione degli Infection Code fino a "De Reptilium Arcanis"?
La nostra discografia può apparire un po' incoerente, talvolta. Nel corso degli anni, complici sicuramente i cambi di formazione avvenuti, in effetti non è stato sempre seguito un percorso netto. C'è stata della sperimentazione, ci sono state derive "meno metal", più elitarie, quindi è sensato chiedere da dove siamo partiti, o ripartiti, per arrivare a "De Reptilium Arcanis". Guardando indietro, direi che il percorso posso iniziare da "I.n.R.I". È da lì che siamo tornati in territori più in linea con quello che voleva essere il progetto Infection Code, proseguendo poi con "Alea Iacta Est". Devo dire però che è da "Sulphur" che questo "ritorno a casa" lo sento maggiormente. Non voglio rinnegare il passato, assolutamente, ma diciamo che alcune tendenze personali nel corso degli anni ci avevano fatto un pochino uscire dal selciato, il che ci ha anche causato qualche difficoltà a rientrare in carreggiata in ambito più prettamente "metal", perché prima eravamo di difficile collocazione, il che non aiuta nel proporre il tuo progetto. Direi che soprattutto a partire da "Sulphur" abbiamo trovato una dimensione più adatta a noi e non credo l'abbandoneremo.
3. Quali elementi del vostro passato avete voluto mantenere e quali invece avete deciso di abbandonare o trasformare?
Sicuramente non possiamo fare a meno del rumore. Il nostro scopo è disturbare, sia a livello uditivo che mentale. Non ci piacciono melodie radiofoniche e "catchy", vogliamo che chi ascolta la nostra musica la debba e voglia sentire più volte per comprenderla appieno. I testi sono cambiati nella fonte di ispirazione, che ora è molto più legata a letture personali e in qualche modo meno esplicite. Più che trasformare, direi però evolvere. Il cantato è meno "punk", più grave, ed è evoluto sia per il naturale invecchiamento dell'ugola sia per una ricerca personale. Le batterie di Ricky sono meno "selvagge", più improntate alla pesantezza, meno veloci ma assai più ricercate per quanto riguarda le figure ritmiche; le strutture armoniche delle chitarre si sono fatte più dirette ma anche complesse e articolate, direi ricercate ma senza andare a ricercare alcuna forma di snobismo o elitarismo, soprattutto da quando Matcha è ritornato in famiglia, e le linee di basso, da quando Andrea è entrato nei ranghi, hanno assunto un ruolo meno d'ombra, con una pesantezza ritmica alternata a passaggi più in accordo con i riff di chitarra e un sound più "vetroso", che Andrea ha voluto sia per differenziarsi dal passato sia per accrescere quella sensazione di "fastidio" che vogliamo infondere a chi ci ascolta.
4. "De Reptilium Arcanis" sembra un album molto compatto e concettuale. Quanto è importante per voi concepire un disco come un'opera completa?
Non siamo particolarmente affezionati all'idea di "concept album", anche se il tema portante c'è e non ci limitiamo a scrivere pezzi singoli che vengono poi semplicemente accorpati. Poi ovviamente dipende dal pezzo scritto, da cosa vogliamo esprimere. Ad esempio, in "Fermi Paradox" qualcuno potrebbe notare una leggera scollatura tematica dagli altri brani, che in effetti c'è, sia musicalmente sia per il testo, però chi si sofferma maggiormente comprende che il fil rouge che lo lega al resto è più spesso di quanto sembri ad un primo ascolto. Questo sottolinea il nostro chiedere attenzione al nostro ascoltatore e devo dire che le numerose recensioni che abbiamo ricevuto hanno tutte compreso questo nostro intento, che è anche una necessità espressiva.
5. Il vostro sound unisce pesantezza e sperimentazione. Come riuscite a evitare che la ricerca sonora comprometta l'impatto metal dei brani?
Onestamente, lavorandoci su. Non c'è nessun pezzo che nasce in un modo e resta in quel modo. Lo scheletro portante stesso subisce molte variazioni: Ricky, che è un vulcano di idee, talvolta sa mettere davvero in crisi, ma in generale la genesi di ogni pezzo richiede molta elaborazione da parte di tutti. Il background musicale di Matcha e Andrea è diverso: uno tende a una maggiore sperimentazione e raffinatezza, l'altro è più diretto, più oscuro, e non mancano le discussioni su cosa e come suoni meglio, ma avendo poi tutti noi un punto di arrivo comune, riusciamo ad unire al meglio (almeno secondo noi) le nostre personali inclinazioni. È per questo che avere un "capo" che decide tutto lo trovo deleterio. In aggiunta a tutto ciò, c'è il prezioso intervento di Tommy Talamanca in studio, che ci aiuta a trovare arrangiamenti ancora più curati e a inserire delle trovate geniali che impreziosiscono ulteriormente il lavoro complessivo.
6. Quanto conta l'esperienza maturata negli anni nel processo decisionale durante la composizione e la registrazione?
Sicuramente l'esperienza ha un peso notevole. Invecchiando sappiamo meglio cosa vogliamo, sia che si parli di suono puro, sia nelle strutture, sia nelle melodie. L'esperienza porta a perdere meno tempo e andare più velocemente al sodo, trovando prima i nodi e risolvendoli con più efficacia. Lo stesso vale in studio. Sia per registrare "Culto" che "De Reptilium Arcanis" i tempi sono stati brevissimi, un po' perché Tommy è una macchina da guerra instancabile, ma anche perché siamo entrati in studio con le idee ben chiare su cosa volessimo, e quindi non rendendo necessario fare modifiche eccessive.
7. La vostra musica richiede una grande attenzione da parte dei musicisti. Come viene gestito il lavoro collettivo all'interno della band?
La struttura dei brani è creata da Ricky, e Matcha ci lavora sopra inserendo il suo, di concerto con i desiderata e le intenzioni di Ricky. Andrea contribuisce alla stesura delle chitarre inserendo elementi più oscuri e pesanti, e poi crea la struttura del basso scegliendo con cura in quali parti supportare la ritmica di Ricky, in quali ingrossare le chitarre e in quali dare sfumature particolari al pezzo, usando effetti particolari. È un lavoro molto collaborativo ma ancora legato molto alla produzione a casa, e vogliamo per il prossimo disco cercare di lavorare di più "alla vecchia maniera", vedendoci in saletta con proposte personali ma che andranno amalgamate guardandosi in faccia. Avendo trovato una nuova serenità umana con il rientro di Matcha, vogliamo sfruttare il più possibile la composizione insieme, perché crediamo che questo possa portare a un risultato ancora più prepotente.
8. Quale pensate sia stata la maggiore trasformazione degli Infection Code dal primo album fino a "De Reptilium Arcanis"?
Non saprei dire quale sia la trasformazione maggiore. Come detto, i vari cambi di line-up hanno portato trasformazioni per quanto riguarda l'indirizzo, il sound, le intenzioni, in una continua ricerca del cuore del progetto, che ad oggi crediamo di aver trovato. E, forse è buffo, con questo nostro ultimo lavoro soprattutto siamo un po' ritornati alle origini (complice sicuramente il fatto che Matcha era con noi alla scrittura del primo album). Trovare una singola trasformazione credo sia impossibile, ma anche sminuente di tutte le microtrasformazioni che ci hanno portato quasi a spegnere 30 candeline, ma allo stesso tempo, quando la trasformazione continua ti fa alla fine ritornare in qualche modo al punto di partenza, possiamo davvero parlare di trasformazione?
9. C'è un elemento del vostro percorso che ancora oggi vi sorprende quando riguardate la vostra storia?
Onestamente, l'elemento che sorprende è che non siamo famosi quanto meritiamo. Senza presunzione alcuna, ovunque andiamo il nostro progetto piace, chi ci ascolta ci riempie di feedback positivi, il pubblico è coinvolto, le vendite di "Culto" e "De Reptilium Arcanis" stanno andando bene (nonostante il mercato sia in crisi per tutti), stiamo riuscendo a partecipare a eventi di un certo rilievo e le recensioni di settore che abbiamo ricevuto in questi ultimissimi anni sono tutte, nessuna esclusa, ricche di elogi per ciò che proponiamo, perciò sinceramente ci stupisce che dopo tanti anni non siamo ancora riusciti a fare quel "salto" necessario per accedere a contesti maggiori. Per carità, le piccole venue sono divertentissime, non potremmo privarcene e ci piace ancora avere un rapporto diretto con il nostro pubblico (Andrea non può fare a meno di buttarsi nella folla, è proprio un suo bisogno fisico), ma allo stesso tempo ci accade, soprattutto ultimamente, di chiederci cosa ci manchi per avvicinarci un poco di più all'Olimpo.
10. Dopo undici album, cosa significa ancora oggi per voi pubblicare un nuovo lavoro e confrontarvi con il pubblico?
È sempre un'emozione, ovviamente. Andare in studio a registrare non è mai un compito dovuto, ma ancora la risposta a un nostro bisogno espressivo. Per fortuna, anche dopo quasi 30 anni e undici album, abbiamo ancora qualcosa da dire e la voglia di farlo. Il pubblico è il nostro pane, vedere il pubblico ammassarsi sotto al palco, partecipare e urlare assieme a noi è impagabile. Rispondendo ancora alla prima domanda, stare su un palco ti fa sentire un dio, ed è quello che riesce a farti andare avanti. Non importa se fai decine di chilometri, se spendi in carburante, se gli acciacchi dell'età che avanza si fanno sentire e se il giorno dopo vai a lavorare distrutto: per quei minuti che sei là e chi sta sotto al palco urla assieme a te, ti senti forte come un esercito, e quando scendi e senti di aver lasciato qualcosa al pubblico capisci di aver fatto un buon lavoro. Ed è questo per cui non ci arrendiamo. Perché senza questo, non sapremmo andare avanti. Perché gli Infection Code sono ciò che ci fa soffrire, che ci affligge, che ci affatica, ma sono allo stesso tempo ciò che ci salva dallo sprofondare nell'oscurità.
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