21/12/11

AGALLOCH: Speciale (parte 1)


Nel lontano 1991, John Haughm ha sedici anni da poco compiuti. E’ un ragazzo americano, dell’Oregon precisamente, amante di sonorità death\industrial, tanto da fondare vari gruppetti con i quali, nel ruolo di chitarrista-batterista-cantante incide i primi vagiti musicali, oggi quasi irreperibili. Ma è nel 1995 che l’ispirazione lo coglie, portandolo a formare uno dei più grandi ed acclamati gruppi black metal (seppur le definizione suoni terribilmente riduttiva), degli ultimi dieci anni.
Forse stufo di violenza prodotta spesso senza costrutto, John plasmerà la sua creatura in modo tale da risultare quanto più affine possibile al suo animo tormentato e dilaniato da diverse tendenze. Decise quindi di proporre qualcosa che si avvicinasse all’oscurità romantica del neo-folk, all’algida perfezione neoclassica, sotto la cui egida, quasi sicuramente si è formato, al movimento della nera fiamma, nella declinazione ulveriana, in particolare.

Forte di questi punti fermi, si mise a registrare una prima demo, From Which of this Oak, raccogliendo attorno a sé, il chitarrista e pianista Don Anderson, con cui aveva collaborato in precedenza, e Shane Breyer, tastierista dotato di una voce pulita assai versatile. Il risultato furono quattro tracce, fra le quali spicca As Embers Dress the Sky, riutilizzata nel full lenght di debutto della band statunitense, e Foliorum Viridum, strumentale incentrata sul duetto chitarre acustica-pianoforte, presente nel bellissimo split con il talentuoso suonatore di kantele Nest, uno dei maggiormente ispirati artisti finlandesi. La personalità, e l’unicità del gruppo spiccarono oltremodo, anche al di là di difetti di produzione, voce ancora insicura (in primis quando tenta di cimentarsi in un growl non adatto alle corde di John), batteria scarsamente incisiva (teniamo conto che è affidata allo stesso master mind), tanto da incentivare la label The Ends a scommettere su un suono di complessa assimilazione, ma di indubbia prospettiva.

Su questa risoluzione probabilmente pesava l’influenza del continente europeo, oramai abitato da combo impegnati nei medesimi sentieri impervi, totalmente assenti negli USA. Sicuramente, a scanso di equivoci, l’etichetta mostrò comunque ottime doti di lungimiranza, assicurandosi la possibilità di pubblicare sotto il suo controllo, quel mezzo capolavoro che fu Pale Folklore. Il materiale, come è semplice da figurare, era acerbo, e fu soggetto a modifiche, in alcuni casi sostanziose, ma divenne una sorta di omphalos, un oggetto sacro, degno di venerazione da parte dei seguaci dell’ensemble di Portland. Non si spiegherebbe in altro modo, la necessità di raccogliere nei famosi “Archives” brani del periodo primordiale, così da soddisfare la domanda insistente.

Veniamo velocemente al secondo capitolo della nostra storia: dopo aver ottenuto meritatamente un contratto, i Nostri, ormai ruotanti attorno al duo John-Don, senza indugio si lanciano nella composizione delle otto, fluviali, tracce dell’opera prima sulla lunga distanza, che vedrà la luce il 6 giugno 1999. Un periodo di tempo piuttosto lungo distanzia l’incisione della demo da questa prima fondamentale tappa, ma allorchè si parli degli Agalloch non si può far uso di categorie dettate dalla filosofia di massa. Essendo espressione artistica totale, in cui i membri vivono, respirano le forze esalate dal contatto con la solitudine, con la sofferenze dinnanzi alla disarmante superiorità naturale, è inutile discorrere attorno ai momenti di consegna delle loro uscite discografiche.


Detto ciò, e visto imbarcarsi sulla nave di legno asiatico il bassista Jason William Walton, (Celestial), proseguiamo lungo la dissestata strada la quale ci conduce alla maestosa suite in tre movimenti, introdotta da poche, languide note di chitarre leggermente distorta, da un vento simile alla gelata tramontana, che scivola sotto il nome di She Painted Fire Across the Skyline. Diciotto minuti intensissimi, che obbligano l’ascoltatore a perdere l’anima per rifluire nell’indefinito, nel cosmico, in cui vengono sospirati versi di innegabile poeticità, caratteristica endemica delle composizioni partorite, con titanico sforzo da John (che resterà perennemente il creatore principale, solo coadiuvato da Anderson). Il primo movimento annienta la speranza, vergando il crollo del senso dell’esistenza in una semplice massima, in un latino di dubbia correttezza:

Oportet ubique pulchritudinem evanescere

Ossia, per chi non avesse avuto la (s)fortuna di trascorrere pomeriggi a destreggiarsi fra versione e perifrastiche passive, “la bellezza, qui, è destinata a passare, ad essere evanescente”. Che inoltre, potrebbe essere assunta come frase simbolo dell’intera produzione degli Agalloch, senza timore di andar troppo lontano dalle intenzioni degli artisti. E’ questa l’ineludibile forza attrattiva che i Nostri esercitano su anime sensibili, o propense alla riflessione: il loro continuo esser sospesi fra una perfezione formale, ottenuta sfuggendo continuamente la forma canzone per avere il dono di re-inventarla, e una frammentazione dell’identità personale vessata da conflitti, sentimenti non corrisposti, amori troncati o unicamente immaginati (sarà l’argomento di un successivo full).

I ran away far into the woods
To find the Sol, I called to her...
"I don't want to be forgotten... I never wanted to be human"
NEVER!!!

Ulteriori versi che provano la totale alienazione del gruppo dalle problematiche umane, e che svelano l’interesse del compositore per tradizioni, usi, religioni dimenticate. Quel Sol nel testo, potrebbe infatti riferirsi all’antica divinità medio-orientale (poi importata nella decadente Roma assieme per esempio al Cristianesimo delle origini ed al neoplatonismo), identificata nella triade Sol Invictus (non è un caso la cover di Kneel to the Cross!), El Gabal (da cui prese il nome il discusso imperatore romano Eliogabalo), e Mitra. Originarie come dicevamo poc’anzi della Siria o dell’Egitto, ebbe analogia con la nascente venerazione per il Cristo risorto (gli Agalloch han sempre avuto un rapporto ambiguo con il sacro).

Per comprendere quanto il culto solare sia legato a stretto filo con la figura del Salvatore, è sufficiente notare che il giorno di Natale (25 o 24 dicembre nell’antichità), sia, nella sua configurazione iniziale una festa istituita per celebrare la rinascita del Sole (Dies Natalis Solis Invicti dove invicti sta per divino, in parallelo con la condizione divina del figlio di Dio). Questo spiega anche la presenza di un retroterra culturale inerente alla data in nazioni, latitudini estremamente differenti. Dopo questi parentesi, però è di nuovo tempo di parlare dell’aspetto musicale, trascurato per qualche riga.

Continua….

Articolo/Speciale a cura di: Thanatos

3 commenti:

  1. Ottima l'idea di un articolo sugli Agalloch!
    Giusto un appunto sulla questione tirata in ballo alla fine di questa prima parte riguardo il Sole:
    quella di associare il culto del sole invitto e la sua festa al natale cristiano è un'imprecisione comune, ma comunque errata. La sovrapposizione esiste, ma è inversa: le celebrazioni della nascita di Cristo sono anteriori al quelle del sole: erano state indicate per il 25 dicembre già nel 204, da Ippolito di Roma nel suo commento al libro del profeta Daniele, che tra l'altro si basava su usanze già diffuse da parecchio nell'oriente cristiano. Non può quindi essere influente in tal senso nè il tentativo di riforma di Eliogabalo nei primi decenni del III secolo, nè la successiva influenza di Aureliano (270-275) con la consacrazione del tempio del Sole Invitto e relativa festa nel giorno del 25 dicembre.
    Di contro, la celebrazione del Sole Invitto esattamente il 25 dicembre è documentata per la prima volta nel Cronografo del 354, quindi molto dopo le prime notizie di celebrazioni del Natale in tale data. Inoltre, durante il regno di Licinio (unica altra notizia disponibile) la celebrazione si svolse il 19 dicembre, data forse più prossima al solstizio astronomico nel calendario allora in vigore, e non sempre essa rimaneva fissa.
    La confusione è dovuta anche al fatto che i cristiani festeggiavano il "giorno del signore, cioè la domenica, proprio in quello che poi sarà dedicato al sole, ma solo successivamente.
    Il tutto ha generato confusione, complice il fatto che nei primi secoli Cristo era spesso raffigurato con attributi solari pagani come la corona radiata, o addirittura sul carro solare, per via di noti riferimenti scritturali come il ad esempio cantico di Zaccaria "...Verrà a visitarci dall'alto un sole che sorge..:" e via dicendo tanto che lo stesso imperatore Adriano supponeva che i cristiani adorassero il sole.

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  2. Intanto ti ringrazio per la precisazione. Devo ammettere che le mie fonti sono meno profonde delle tue. E'comunque indubbia una base pagana della festa natalizia, questo non si può negare, o almeno una sorta di influenza reciproca, in quanto nella Roma del primo secolo d.C. i culti si intrecciavano con molta naturalezza e facilità.
    In ogni caso, di nuovo sentiti complimenti!

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  3. figurati, niente di che alla fine, ho approfondito il tema per via di alcune problematiche di natura numismatica.
    Allora la coniazione delle monete si intrecciava quasi sempre con temi di natura religiosa.
    Unico appunto, no, di base pagana per la festa natalizia non si può parlare, proprio per via di quel che ti ho riportato ieri.
    E' però vero che la liturgia pontificale romana pagana, nel IV secolo trasferirà molti aspetti della celebrazione rituale alla liturgia romana cristiana, influenzando così, se non l'origine, il modo di celebrare il Natale...e non è cosa da poco!

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