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17/11/14

OVERKILL "I Hear Black"

Full-length, Atlantic Records 
(1993)

“I Hear Black” è il quinto full-length dei power-thrashers statunitensi Overkill (New York, per la precisione) e viene considerato, ancora oggi, come uno dei dischi più controversi di questa formazione, ma anche come capitolo che segnerà il passaggio della band da sonorità power-thrash metal che caratterizzavano i nostri fino allo splendido “Horrorscope”, ad altre più groovy e “moderne”. Il vecchio stile, per un buon decennio, verrà quasi del tutto abbandonato, o forse è meglio dire trasformato e rielaborato con gli album successivi, fino al ritorno al thrash puro degli ultimi album.

Dobbiamo comunque contestualizzare l’epoca in cui fu partorito e pubblicato questo “I Hear Black”. Parliamo del 1993, periodo in cui il metal non stava passando un grandissimo periodo a livello di popolarità, ma soprattutto dobbiamo fare riferimento alla fase che il thrash stava attraversando in quegli anni e a quello che io chiamo “effetto Black Album”, ma vedrò di approfondire questo argomento. Tutti sappiamo che il gruppo di maggior successo verso la fine degli anni ’80 in ambito thrash erano i Metallica, pionieri stessi di questo stile, interpreti magistrali in album come “Ride The Lightning”, “Master Of Puppets” (ancora oggi pietra miliare di quasi tutto l’heavy metal ed esempio da seguire), o “…And Justice For All” (tralascio volutamente il primo “Kill’em All”, non perché meno bello o importante, ma secondo me ancora leggermente acerbo ed embrionale. Ma qualcosa ad inizio anni ’90 si ruppe: il cosiddetto grunge cominciava ad ottenere sempre più spazio sia a livello musicale che di immagine, e i Metallica pubblicarono il loro quinto disco omonimo, volgarmente chiamato Black Album appunto, per la sua copertina tutta nera, in cui facevano bella mostra solo il logo della band in basso rilievo e un serpente in penombra in basso. Il sound scarno, diretto e sostanzialmente più radiofonico di questo album causò, a parere di chi scrive, una specie di effetto domino nella scena thrash, uno scossone senza precedenti. D’altronde basta vedere la data di pubblicazione del quinto disco dei Four Horsemen (1991) e osservare cosa rilasciarono molti loro “colleghi” nel periodo a seguire. Possiamo prendere molti nomi ad esempio, tutti abbastanza noti, chi più chi meno, e vedere che nessuno di costoro riuscì a resistere all’influsso del disco dei Metallica, che era riuscito nella non facile impresa di fare entrare il thrash nelle grazie di tutti, ma proprio tutti: ragazzini, ragazzine, genitori e fruitori non abituali di musica “pesante”. Cominciamo coi Testament e il loro “The Ritual” (1992), bel disco ma palesemente ispirato dal black album, o ancora “Countdown To Extinction” dei Megadeth dell’ex Dave Mustaine, episodio riuscitissimo, ma che viene difficile pensare sia stato pensato in maniera del tutto naturale, data la sua essenza diretta e di facile presa che va in netto contrasto con l’episodio precedente, il masterpiece “Rust In Peace”. O ancora gli Exodus con “Force Of Habit”, gli Anthrax di “Sound Of White Noise” e “Stomp 442”, i Kreator di “Renewal”, i Forbidden di “Distortion”, gli Xentrix di “Kin”…E quindi anche gli Overkill del disco che prenderemo in esame, “I Hear Black”. Qualcuno potrebbe obiettare che tanti dei nomi che ho citato hanno sfornato gran bei dischi post 1991 e che ognuno di loro non è accostabile ad altri, in quanto ciascuno ha detto la propria in maniera autonoma. Si potrebbe contestare, ad esempio, che “Renewal” dei Kreator è diversissimo da “Sound Of White Noise” degli Anthrax, ma la parola di base di tutti questi gruppi e album è una sola: rallentamento. Proprio ciò che fecero i Metallica, conquistando le vette delle classifiche, e nessuno voleva essere da meno. In fondo perché continuare ad arrancare, seppur anche in maniera dignitosa, quando si poteva arrivare a fare tanti bei soldi? Osservate anche che molti altri gruppi thrash, in questo periodo, morirono, basti pensare a esponenti di seconda fascia come Mortal Sin, Vio-Lence, Artillery, Heathen, Dark Angel, Nuclear Assault e molti altri ancora, forse incapaci di stare al passo con i tempi che cambiavano, e forse chissà cosa.

Detto questo, su cui tanti discutono da anni e di cui si potrebbe discutere per altri anni, ma utile nel capire la genesi di “I Hear Black”, passiamo ad analizzare il lavoro in sé. Si tratta innanzitutto del primo lavoro con Tim Mallare dietro le pelli, che va a sostituire l’ottimo Bob "Sid" Falck, autore di pietre miliari come “Under The Influence”, “The Years Of Decay” e “Horrorscope”, e possiamo già notare come lo stile del nuovo arrivato sia sostanzialmente diverso dal suo predecessore: più lineare, scarno e quasi del tutto privo di quella vena tecnica e fantasiosa che contraddistingueva il buon Falck e, di conseguenza, gli album in cui aveva suonato. Intendiamoci,. Reputo Tim Mallare un ottimo batterista, preciso e incisivo oltre che tecnicamente preparato, ma il suo stile è molto ragionato e scolastico. Questo vuol dire maggior concretezza, ma anche minore spinta. Ma era forse questo che gli Overkill cercavano? Era lo stile di Mallare ad adattarsi ai “nuovi” Overkill o erano gli Overkill stessi a influenzare, con la loro nuova vena più ragionata, l’operato del nuovo batterista? Secondo me entrambe le cose, come spesso accade.
“I Hear Black” si presenta con un cover artwork già esplicativo, ci dice che qualcosa è cambiato o sta cambiando. La mascotte Chaly (il famoso teschio alato), che c’era prima di questo episodio, e ritornerà a capeggiare nei dischi successivi, non è presente in questo disco. Questa volta ci troviamo di fronte ad una cover molto oscura con rovi che si adagiano in uno sfondo dalle tonalità rossastre e nelle quali si può scorgere, guardando bene, anche una figura demoniaca. Lo stesso titolo del disco, tradotto in italiano significa “Io sento nero”, direi abbastanza eloquente, come così appare molto nera e amara l’opener del disco “Dreaming In Columbian”, aperta da una rullata di Tim Mallare costruita su un semplice incastro di tom e doppia cassa, che apre alla grande uno degli episodi migliori del disco. Questo brano si sviluppa su un tappeto di doppia cassa non eccessivamente spinto, dove la coppia di asce Merritt Gant e Rob Cannavino costruisce un riffing malato e morboso, che avvolge fino ad arrivare alla partenza della strofa in mid tempo, dove la voce di Bobby “Blitz” Ellsworth dipinge scenari molto cupi con la sua timbrica al vetriolo, e non potrebbe essere altrimenti. Musicalmente il pezzo in questione è probabilmente quello più vicino al vecchio stile degli Overkill, anche se verso metà brano dei cori molto melodici ci fanno capire che qualcosa effettivamente è cambiato, prima di un assolo molto ben riuscito anche se breve. Anche la produzione appare da subito diversa: il suono è meno pungente e corposo rispetto ad “Horrorscope”, le chitarre sono missate con volume più basso e la loro distorsione è meno satura. L’aspetto testuale si apre tingendosi subito di parole molto oscure, come il titolo del disco suggerisce. Questo brano si apre con un verso che recita “Worlds apart, separation from my mind. Just close my eyes to bring me there. I fall apart, the pieces are so hard to find. A puzzle piece is torn in half”. Probabilmente il singer fa riferimento alla cocaina, e infatti la Colombia è il luogo prescelto per effettuare una specie di rimando alle terre da cui di solito proviene questa droga, oltre che sinonimo non troppo celato per nominare la sostanza in questione. Possiamo infatti vedere l’angoscia e la critica traducendo in italiano: “Mondi a parte, la separazione dalla mia mente. Basta chiudere gli occhi per portarmi lì. Cado a pezzi, i pezzi sono così difficili da trovare. Un pezzo di puzzle è strappato a metà.”. Si nota anche la fragilità dell’essere umano dinnanzi al richiamo di certe sostanze e il senso di sconfitta e smarrimento di quando ci si trova intrappolati in qualche pesante dipendenza.

Già a partire dalla successiva traccia, ovvero la title-track “I Hear Black” abbiamo un quadro abbastanza completo sulle direttive di questo album. Heavy Metal con chiari riferimenti agli anni Settanta, con sparuti influssi thrash e parecchi riferimenti blues. Questa canzone ha un tiro quasi “sabbathiano”, con il suo rallentamento verso la metà che richiama l’heavy doom di originaria concezione. Il cantato melodico di Ellsworth dipinge scenari accessibili ma d’effetto, e le chitarre si lasciano andare ad uno stile molto meno spigoloso del solito. “World Of Hurt” si apre con una rullata molto lineare, dal suono effettato, dove pian piano si aggiungono le chitarre. Per certi versi il riffing questa volta potrebbe ricordare alcune cose dei Megadeth più ragionati, e infatti si tratta di una canzone non eccessivamente veloce, ma comunque più accostabile a certo speed-thrash proprio della band. Anche gli assoli di chitarra questa volta sono di gran classe e in generale si nota uno sforzo da parte di tutti di rendere la canzone molto organica e completa, con richiami al passato della band, ma con una vena quasi malinconica che affiora in maniera pesante in tutto il brano, grazie ad un lavoro di chitarra che si rivela vincente anche in fase di arrangiamento. Sicuramente non è un episodio-capolavoro, ma risulta tra i più incisivi del lotto.

“Feed My Head” appare all’inizio come canzone minacciosa, con un incipit di tom e chitarre schiacciasassi, per poi proseguire come la tipica thrash song di quel periodo, un periodo in cui sembra che la parola “velocità” sia stata bandita, a favore di mid tempos e parti groove in gran quantità. E’ anche per questo che la canzone non riesce a decollare, perché in alcuni punti si sente proprio la mancanza di un drumming che sappia dare spinta al buon lavoro delle chitarre. Tim Mallare in questo caso, non so se per suo demerito o direttive della ditta Ellsworth-DD Verni, appare davvero scialbo e incapace di sorreggere coi suoi colpi un brano che sarebbe potuto essere decisamente migliore.
Si prosegue con “Shades Of Grey”, una sorta di semi-ballad sommessa, con un Ellsworth sempre più pessimista a partire dal suo timbro di voce quasi drammatico. Tuttavia il pezzo non risulta molto accattivante, in quanto le parti in distorto non sono abbastanza cariche, e quelle in pulito (o quasi) non vengono sviluppate come si dovrebbe, lasciando un senso di incompiuto. Si tratta fondamentalmente di una rock song con assoli al limite del blues, ma davvero bruttina nel suo insieme, e questo fa davvero specie se pensiamo che stiamo parlando degli Overkill, non sio se mi spiego. Chi vuole ascoltare del rock annacquato da loro? E soprattutto starete capendo che non è un episodio proprio isolato, ahimè.

Ecco che la vena blues a cui ho più volte accennato fa capolino chiaramente in “Spiritual Void”, ma il tutto viene condito con soluzioni groovy che richiamano alla lontana I Pantera. Il drumming è essenziale, preciso, non si lascia mai andare a funambolismi, le chitarre questa volta appaiono più ribassate del solito e l’andamento generale è quello tipico di una canzone boogie (sonorità che i Metallica esploreranno ancora di più negli album “Load” e “Reload”, ad esempio). Anche qui però, mi permetto di muovere una critica abbastanza pesante alla band, che è incapace di costruire un pezzo davvero memorabile e nemmeno lontanamente accostabile al suo passato, e per fortuna, nemmeno al futuro prossimo, ma questo aspetto lo vedremo dopo. “Ghost Dance” rappresenta l’episodio strumentale del disco, aperto dal basso distorto di DD Verni, e seguito da chitarre dilatate, in un crescendo di percussioni minimali, con la batteria quindi tenuta a bada. Episodio che possiamo definire più come intermezzo che brano vero e proprio, dato il suo minutaggio scarsissimo (nemmeno due minuti di durata). Segue quindi “Weight Of The World”, dove finalmente possiamo un po’ sbattere piedi e testa. Si apre con una rullata di batteria in crescendo verso un up tempo coinvolgente e abbastanza potente. Le incursioni in doppia cassa non sono massicce ma efficaci e funzionali alla dinamicità del pezzo. Il cantato di Ellsworth si fa più acuto e acido. Bella l’apertura melodica verso metà brano, che stravolge totalmente il pezzo, seguita poi da una serie di assoli di chitarra e belle aperture melodiche, fino a tornare al tema principale del pezzo, con tanto di ritornelli anthemici da cantare con piacere e trasporto. Anche qui vediamo che la melodia gioca un ruolo preponderante, ma si rialza la testa rispetto ai due o tre episodi precedenti, che apparivano davvero senza verve.
“Ignorance & Innocence” ha un piglio quasi hard rock, è caratterizzata da break efficaci posti di tanto in tanto, il lavoro delle chitarre è buono ma non eclatante, così come tutto il resto. Non vi è un passaggio davvero indovinato che renda questo pezzo di vero interesse, se non fosse per l’ottima padronanza strumentale che la band possiede e che mette al servizio logicamente anche in questo pezzo. Come in precedenza, l’influsso Seventies e bluesy è preponderante, mentre buona la successiva “Undying”, dove finalmente riaffiora un po’ di potenza, ma sempre senza esagerare. In pratica si tratta di una classica Overkill-song, con il ritornello cantato in falsetto da Ellsworth, quasi a creare un mood un po’ allucinato e al tempo stesso scanzonato. Il lavoro delle chitarre è granitico e al tempo stesso variegato, e crea un buon susseguirsi di parti più dirette ed altre leggermente più ragionate. Tim Mallare esegue il suo compito, non eccellente ma molto concreto e direi funzionale al tipo di canzone (anche se in pratica, come accennavo, questo è il suo tratto distintivo).
 Si deve attendere l’ultimo episodio per gioire completamente di nuovo, e questo spiega in poche parole l’andamento del disco. Si pensi che gli episodi migliori sono il primo e l’ultimo! Comunque “Just Like You”, questo il titolo di questa ultima canzone, si apre con un riff dissonante davvero inquietante che sfocia poi in una strofa possente e un ritornello molto orecchiabile. In questo brano gli Overkill sono riusciti finalmente a fondere la loro vecchia anima con quella nuova, trovando la giusta commistione tra riff thrash, come evidenziato soprattutto nella seconda parte del pezzo, con tanto di accenno di assolo orientaleggiante a donare anche originalità, a parti groovy dall’anima blues. Questa breve parte di testo, che rappresenta il ritornello, cantato con molta forza, è molto rappresentativo anche del feeling musicale del brano, molto più vigoroso e arrabbiato (I can't hear you, I can't see you, I won't hear you - Non riesco a sentirti, non posso vederti, Non voglio sentirti”). Ecco che in questo caso, a mio parere, prevale più un senso di riscatto e di rabbia in chi scrive queste parole, quasi come se si fosse liberato del proprio triste passato e stesse cercando di lottare contro qualcuno o qualcosa che continua a remare contro, ostacolando la rinascita e la liberazione da tante angherie. La musica d’altronde, molto incalzante, pare sottolineare alla grande questo spirito di rivalsa.

Se tutto il disco fosse stato sui livelli di questa canzone o di “Dreaming In Columbian”, avremmo parlato di “I Hear Black” in toni molto più entusiastici. Ancora ricordo quando comprai questo disco l’anno stesso della sua pubblicazione, il 1993, e ne rimasi piuttsoto deluso. Pur essendo un adolescente, era già da qualche anno che ascoltavo heavy metal, e quasi tutti i miei punti cardine del thrash metal si stavano afflosciando, come piante non irrigate esposte al sole. “I Hear Black” rimane in generale un buon disco, suonato bene e con qualche episodio niente male, ma in generale lo considero un passo falso nella carriera della band. Quello che è venuto prima, ma volendo anche buona parte di quello che è venuto dopo, è a mio avviso nettamente superiore a questo disco. Anche il discusso capitolo successivo “W.F.O” è un gran disco se raffrontato a questo, per non parlare dell’ottimo “The Killing Kind” del 1996. Dopo gli Overkill hanno continuato a sfornare dischi dignitosissimi virando leggermente, verso le fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, verso sonorità più groove metal, ma lo hanno sempre fatto a mio parere con risultati soddisfacenti, fino ad arrivare ai giorni nostri, col ritorno al thrash puro e album davvero belli (ma forse un po’ senz’anima) come “IronBound” e “Electric Age”. Secondo me questa formazione ha dato il meglio di sé negli anni Ottanta e inizio anni Novanta, ma non disprezzo assolutamente la loro produzione successiva, salvo qualche episodio un po’ sottotono. L’unico neo rimane questo album, che merita sicuramente una piena sufficienza, ma che ho sempre reputato come uno tra i meno riusciti (se non il meno riuscito) della formazione di New York.

Recensione a cura di: Sergio Vinci "Komsos Reversum"
VOTO: 65/100  

Tracklist: 
 1. Dreaming in Columbian 04:00 
2. I Hear Black 05:38 
3. World of Hurt 05:19 
4. Feed My Head 05:37 
5. Shades of Grey 05:19 
6. Spiritual Void 05:14 
7. Ghost Dance 01:46 instrumental 
8. Weight of the World 04:07 
9. Ignorance & Innocence 05:00 
10. Undying 05:26 
11. Just Like You 04:13

DURATA TOTALE: 51:39

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