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[REPORTAGE] PARADISE LOST - Parma, Campus Industry Music (14-10-2022)


Il Campus Industry Music di Parma negli ultimi anni sta diventando un nuovo punto di riferimento per gli amanti di sonorità pesanti. Parma è strategicamente posizionata tra Milano e Bologna e quindi facilmente raggiungibile. In questa serata autunnale, che di autunnale ha ben poco viste le temperature presenti, il Campus è pronto ad accogliere i re inglesi del gothic metal. 

HANGMAN'S CHAIR


Ad aprire le danze ci sono i francesi Hangman’s Chair, forti del nuovo album (“A Loner”) uscito per Nuclear Blast. Non li conosco e quindi sono molto curioso di ascoltare la loro proposta. Come me, siamo in tanti ad avvicinarci al palco. Sono le 20:30 e la band apre le danze. La loro musica è un concentrato di doom metal che sfocia sovente in un grumoso sludge di scuola americana a cui alterna soluzioni chitarristiche melodiche che a tratti diventano atmosfere drone, cariche di elettricità, con un basso profondo che perfora i timpani. 


Questo avviene attraverso un fitto muro sonoro, su cui la voce di Cédric Toufouti si contrappone con un cantato pulito e a tratti ruvido che riporta a certe soluzioni canore vicine al grunge. La band sul palco è carica e propone uno spettacolo che riesce a coinvolgere. Nella loro ora di concerto scaldano il pubblico. Sicuramente hanno generato la curiosità in molti presenti, che come me andranno ad ascoltarli in versione studio.

PARADISE LOST


Alle 21:45 quando la sala del Campus è gremita all’inverosimile partono le note di pianoforte che introducono “Enchantment” e il pubblico va subito in visibilio. All’ingresso sul palco la band viene accolta da un boato da parte dei presenti. E’ un inizio con il botto. I Paradise Lost sono in palla e questo lo si percepisce dalle loro espressioni e dalla intensità del concerto. Nick Holmes più volte interagisce con il pubblico creando un feeling che seguirà per tutta la performance. Novità della serata è il batterista che porta una ventata di italianità all’interno della band inglese. Dopo l’abbandono di Waltteri Vayrynen avvenuto circa un mese fa e passato agli Opeth, dietro le pelli adesso siede l’italiano Guido Montanarini, che non fa rimpiangere il suo predecessore, producendosi in una grande prestazione, potente e precisa. Le quattro personalità storiche della band si evidenziano durante tutta la durata del concerto. A destra la coppia ritmica ha un approccio diametralmente opposto. Se Aaron Aedy non riesce a stare fermo un attimo, seguendo con il corpo il proprio apporto ritmico, di contro Steve Edmonson, poco più dietro è molto concentrato sullo strumento e concede poco spazio al movimento. Entrambi saranno fautori di una grande prestazione. 

Holmes al centro del palco è l'epicentro della band, l’elemento di congiunzione tra il pubblico e i Paradise Lost. Mackintosh con la sua aurea tenebrosa fornisce una grande prestazione con la sua solista. La band gira bene per tutto lo spettacolo e il pubblico è completamente coinvolto. Il concerto dura quasi un’ora e mezza. La tracklist proposta spazia da Gothic con l’esecuzione di “Eternal” passa per l’immancabile “As I Die” (Shades Of God), attraversa tutti gli anni novanta proponendo brani da Icon (“Embers Fire”), Draconian Times (“The Last Time”) e One Second (“Say Just Words”), saltando a piè pari i primi anni duemila e proponendo brani più recenti da In Requiem (“The Enemy”) e toccando picchi emotivi con brani dall’alta gradazione di intensità come “No Hope In Sight” e “Faith Divides Us”. Maggiore spazio viene concesso all’ultimo e ottimo “Obsidian” con ben cinque canzoni in scaletta, tra cui “Darker Thoughts” con cui iniziano il bis prima della conclusione. Sul palco rientra il solo Holmes a cantare sulla base iniziale, per poi essere avvolti dalla potenza elettrica di un brano dalla forte componente drammatica. 


Si giunge alla fine del concerto sulle note “Ghosts” con la quale la band esce dal palco in modo improvviso. Si accendono le luci e si torna alla realtà. Resta un po’ di amaro in bocca perché sarebbe stato bello che suonassero altre canzoni, ma questa è l’unica pecca della serata. I Paradise Lost, rispetto a tante band che hanno dato tutto nei primi lavori e che quindi è costretta a riproporre sempre le stesse canzoni, generando freddezza e insofferenza quando suonano qualcosa di noiosamente nuovo (e la lista di band è molto, molto lunga), ecco, i Paradise Lost, creatori di album sempre di alto livello, si possono permettere di spaziare dai primi vagiti sonori fino ad arrivare alle ultime canzoni scritte. Questo fornisce materiale in abbondanza per proporre uno spettacolo che non ha cali di tensione, avendo la possibilità di suonare sempre musica di grande qualità. Lo show di Parma è stato di altissimo livello. Il pubblico ed il sottoscritto sono usciti dal Campus estremamente soddisfatti. Grande serata. Grandi Paradise Lost!


Live report a cura di John Preck

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