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BLACKBRAID "II" (Recensione)


Full-length, Independent
(2023)

Non finirò mai di ripetere come la formula della one-man band sia forse l’unica a garantire una completa libertà artistica, lasciando spazio libero all’espressione di quello che l’artista ha urgenza di comunicare. Qui abbiamo un certo Sgah'gahsowáh che a un certo punto decide di proporre Black Metal con tematiche radicate nella mitologia nativo-americana.

Ci riallacciamo a quel discorso per cui il Black Metal si adatta a molteplici esigenze, linguaggi, località, popoli e personaggi: qualcosa che è un’assoluta rarità nel mondo della musica e dell’arte tutta. Relegare il genere a banalità contenutistiche, ormai da tempo inflazionate, è davvero un peccato e vorrebbe dire essere miopi dinanzi ad un panorama vastissimo in cui si muovono suggestioni fra le più disparate. Largo quindi a questo progetto, che faceva il suo esordio con “I” del 2022 per poi ampliare gli orizzonti nel qui oggetto d’analisi “II”: migliore e più ricco del fortunato predecessore, che funge ormai quasi da antipasto per questo primo vero dispiegamento di energie creative, dove ad un Black Metal dalle melodie studiate, scritte col gusto per un fraseggio capace di creare tensioni e risoluzioni andando sempre a segno, si affiancano narrazioni inusuali eppure in linea con lo spirito del genere.

Non manca comunque l’assalto frontale, infatti abbiamo ottimi riff in tremolo picking su blast-beat precisissimi: la produzione è pulita e limpida, e la batteria a volte mi suscita qualche sospetto di eccessiva post-produzione o triggering, ma non temete, perché nulla di tutto questo va ad inficiare la qualità finale del prodotto. Ci sono rimandi anche all’heavy metal classico e perfino a certo thrash metal, anche se quest’ultima è l’unica influenza a stonare un po’ nell’atmosfera complessiva dell’album. Si tratta di un rimando fugace, giusto il tempo di un brano, però non nego che mi appare un episodio un po’ fuori contesto. Tutto il resto fila liscio, fra sfuriate e momenti più cadenzati ed atmosferici, senza mai tediare l’ascoltatore, sempre coinvolto, brano dopo brano, da quel senso per l’epico e il misterico che è trasversale a molte culture, al di là dell’area geografica o dell’etnia di riferimento.

Com’è mio solito, vi lascio con una riflessione più ampia rispetto ad una recensione sic et sempliciter: vuoi vedere che proprio il Black Metal, un genere che fa dell’elitismo, dell’auto-segregazione, sell’isolazionismo un suo vessillo, finisce con l’essere una forma d’arte davvero inclusiva, che si adegua a contesti diversi e si lascia plasmare da chiunque abbia la giusta sensibilità?

Recensione a cura di Luke Vincent
85/100

Tracklist:
1. Autumnal Hearts Ablaze 
2. The Spirit Returns 
3. The Wolf That Guides the Hunters Hand 
4. Spells of Moon and Earth 
5. Moss Covered Bones on the Altar of the Moon 
6. A Song of Death on Winds of Dawn 
7. Celestial Passage 
8. Twilight Hymn of Ancient Blood 
9. Sadness and the Passage of Time and Memory 
10. A Fine Day to Die (Bathory cover)

Line-up:
Sgah'gahsowáh - Vocals, Guitars, Bass

Web:
Bandcamp
Instagram
Official website
Spotify

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