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VALADIER "Carmina Belli Apocalypsis" (Recensione)


Full-length, Independent
(2023)

Ci vuole poco per far breccia nel mio cuore: questi nostri Valadier, da Macerata, mi catturarono con l’artwork del loro EP di debutto “Stronghold of the Everlasting Pyre”, che ci riportava a quell’Epic Black Metal anni ‘90 cui siamo tanto affezionati! Perché con quella copertina, con un logo che ricalca le geometrie di un castello, proprio come quello raffigurato nella splendida foto in bianco e nero, già i nostri lasciavano intendere quali sarebbero state le loro coordinate stilistiche. C’era addirittura un riff, una melodia in tremolo-picking, che sembrava presa di forza dall’EP di Godkiller “The Rebirth Of The Middle Ages” anno 1996, e con questo ho detto tutto! Questa volta, per il loro primo full-length, i nostri si affidano ad un’illustrazione a colori che esercita su di me un fascino molto inferiore rispetto alla precedente scelta grafica, ma poco importa, non giudichiamo un libro dalla copertina, giusto? I nostri espandono notevolmente la loro proposta musicale, che si articola in otto brani tutti alquanto strutturati per una durata complessiva di quasi 55 minuti! Forse un po’ troppo, per i miei gusti, tenendo conto che, a mio avviso, occorra un ulteriore affinamento delle melodie, non ancora particolarmente memorabili.

Abbiamo quindi subito parlato delle (perdonabili) criticità, mentre adesso passiamo ai punti di forza: un perfetto alternarsi fra momenti d’una inaudita ferocia all’arma bianca e rallentamenti, anche solo acustici, più orientati a costruire un’atmosfera, a rievocare un paesaggio dove rovine d’altri tempi lasciano a noi testimonianza d’un glorioso passato! Certe soluzioni rimandano quindi in modo abbastanza esplicito a “Dark Medieval Times” e “The Shadowthrone” dei Satyricon, che noi non possiamo far altro che accogliere con piacere!

La voce è uno scream abbastanza canonico, alquanto acuto come registro, ma non per questo strozzato o sforzato, come mi risultava talvolta il buon Cristiano Borchi in “Supreme Art of War” dei suoi Stormlord, tanto per rimanere nel genere. Ci sono momenti recitativi in voce pulita e baritonale, perfettamente inseriti nell’economia dei brani, e perfino un cantato femminile, che però mi sembra un po’ esile e non troppo a fuoco nell’intonazione. Come spesso accade, abbiamo interi versi cantati in lingua italiana, il che è sempre un surplus da apprezzare! Abbiamo perfino un ricorso a scale arabe maqam, specie quella che si ottiene a partire dalla scala maggiore ribassando di un semitono il 2° e 6° grado. E’ un fraseggio per nulla inedito al Black Metal, anzi, provate a sentire i Melechesh per averne un’applicazione intensiva in ambito estremo! La batteria è una drum-machine programmata abbastanza bene, senza errori di colpi “impossibili” sovrapposti o velocità settate a livelli inumani: non sono male nemmeno i sample delle varie percussioni, quindi non possiamo proprio lamentarci!

Per quelli che storcono il naso davanti all’uso della batteria sintetizzata, controbatto dicendo che è una soluzione molto spesso obbligata quando non si trovano batteristi interessati al proprio progetto, inoltre con il livello di qualità ed editing di umanizzazione e dinamica oggi raggiunto, è possibile ottenere risultati talvolta sovrapponibili ad una batteria acustica triggerata e post-prodotta. Una volta era difficile raggiungere un suono verosimile, infatti si vedano “Oimai Algeiou” degli Algaion, o “Winterkrieger” di Grond, dove abbiamo un suono meccanico e senza dinamica.

In conclusione, una conferma alla mia percezione d’un ritorno in pompa magna dell’Epic Black Metal, ovvero il classico esempio di genere nel sotto-genere che ha visto la gloria negli anni ‘90, ma che potrebbe cavalcare di nuovo, in sella al suo destriero, verso nuovi orizzonti e vittorie! Bisogna solo lavorare di più sulle melodie, ma questo lo dico quasi a tutti, a parte chi propone Death Metal in varianti non legate al Gothenburg sound. Avanti così, con carta e penna alla mano per prendere appunti durante l’ascolto del già citato EP di Godkiller o i primi due album dei Cirith Gorgor: ancora un po’ d’impegno e vedrete cosa ne esce fuori! Non vedo l’ora!

Recensione a cura di Luke Vincent
Voto: 75/100

Tracklist:

1. Under the Skies of Gehenna 
2. Altar of the Lost Firmament 
3. At the Court of the Seven Hills 
4. Through the Blackwater Valley 
5. As the Shadow Pass the Days 
6. Eclipsed by the Palm of Hamsa 
7. Requiem of the Dark Ages 
8. In the Sign of Stygian Watchers

Line-up:
Blight - Guitars, Programming, Bass 
Unukalhai - Vocals, Lyrics 
Winterkvlt - Wind instruments, Vocals 

Web:
Bandcamp
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