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DARKTHRONE "Transilvanian Hunger" (Recensione)


Full-length, Peaceville Records
(1994)

L'anno 1994 è stato particolarmente rilevante per il sviluppo del Black Metal, infatti abbiamo la pubblicazione di lavori importantissimi per il genere, come "De Mysteriis Dom Sathanas" dei Mayhem, "In the Nightside Eclipse" degli Emperor, "The Shadowthrone" dei Satyricon, "Pentagram" dei Gorgoroth e appunto questo "Transilvanian Hunger" dei Darkthrone. Il percorso di questa band è emblematico per capire come procedeva lo sviluppo del Black Metal, ovvero mediante un processo di evoluzione per involuzione, in cui si opera per sottrazione e distillazione. I Darkthrone infatti iniziano, come altri all'epoca, suonando Death Metal di stampo europeo, quello dei vari Entombed, Grave e Unleashed. A questo genere è ascrivibile il cupo "Soulside Journey" del 1991, rivestendone forse uno degli esempi più riusciti. Si prosegue su questa falsariga col prima rinnegato e poi riabilitato "Goatlord", per poi virare verso il Black Metal del primo album a vedere pubblicazione ufficiale e quindi a presentare al mondo questo "nuovo" stile: "A Blaze in the Northern Sky" del 1992. Attingendo senza remore ai primi Celtic Frost, a Bathory degli esordi e con ancora rimasugli di vecchi riff Death Metal, i nostri iniziano a presentare un suono sporco, riverberato, con screaming vocals spettrali e un'atmosfera oscura e inedita, resa anche dalla copertina in cui compare, per la prima volta, un membro della band in face-painting immortalato in una foto bianco e nero, semplice ed efficace.

Così come semplici ed efficaci diventeranno le soluzioni sonore, con chitarre prevalentemente in tremolo-picking su tappeti di blast-beat con rullante in levare. Si ritorna alla melodia in ambito estremo, temporaneamente messa in disparte dal Death Metal, ma in una versione minimale, senza abbellimenti od orpelli stilistici: un tappeto essenziale di fraseggi mandati in ciclo, in loop, in turn around, volti per lo più a creare un setting, uno scenario imaginifico e minaccioso. L'etichetta discografica della band, la Peaceville, non intuì subito la portata di questa rivoluzione dal sapore quasi punk, prendendone atto solo in un secondo tempo. Con il successivo "Under a Funeral Moon" del 1993, si continua a togliere il superfluo: le fondamenta ritmiche si semplificano ulteriormente, diventando quasi monotone, le chitarre saranno un freddo e fastidioso ronzio, la voce un acido gracchiare enfatizzato da un delay alquanto intrusivo. Gli elementi Death Metal saranno del tutto epurati, così come le linee di basso, praticamente soppresse dal mix. Rimangono invece forti e ben presenti i rimandi a Celtic Frost e Bathory, vero terreno di coltura anni '80 per questo germoglio (avvizzito dal freddo, ma più che mai vitale) degli anni '90.

Il processo di scarnificazione verrà portato a compimento proprio in "Transilvanian Hunger" del 1994: perso per strada il contributo di Zephyrous alle chitarre, è qui il solo Fenriz a prendere le briglie del progetto, componendo e registrando tutta la parte strumentale dell'album in casa, usando un mixer a sole quattro piste: due linee per le chitarre, una per il basso e una su cui collassano tutte le percussioni di batteria. Solo in un secondo momento si incideranno, in studio, le parti vocali di Nocturno Culto. In pratica, a questo punto, i Darkthrone diventano una one-man band. Con questa soluzione, quanto mai basilare e libera a livello espressivo, si concretizza una delle opere più assolute e astratte del Black Metal, del Metal in generale e della Musica tutta. La copertina insiste sul mostrare la foto di un componente della band in face painting, ovviamente il solo Fenriz, catturato in un urlo di rabbia, odio e disperazione e impresso in un bianco e nero ipercontrastato, dove non c'è più spazio nemmeno per i grigi. La musica raggiunge il massimo dell'involuzione: solo riff minimal-melodici in perenne tremolo-picking, e il solo blast-beat a 160 bpm di metronomo come base pseudo-ritmica. Una monotonia ossessiva, ipnotica, che gioca sulla ripetizione di poche ed elementari partiture in grado di emergere perfino da una fittissima nebbia di riverbero e rumore analogico a bassa fedeltà.

Inspiegabile quel secondo brano, "Over fjell og gjennom torner", di durata ridotta e palesemente abbozzato, troncato, non ancora finito. Sarebbe stato meglio metterlo in chiusura d'opera come bonus track, o sfilarlo del tutto dalla scaletta. Il riferimento stilistico rimane il solo Bathory dei brani più feroci di "Under The Sign of The Black Mark" del 1987, e avremo un solo riff e un solo cambio tempo verso il D-beat di memoria Celtic Frost a metà album. Le screaming vocals diventano più gravi, più profonde, più potenti, in una delle migliori espressioni di questo stile interpretativo. L'applicazione del metodo punk del Do-It-Yourself e del rifiuto di ogni virtuosismo tecnico e compositivo, porta apparentemente a un risultato più basso, viscerale, materico, ma invece ottiene l'effetto opposto: un'astrazione musicale, che sfiora il rumorismo senza però perdere mai la sua dignità musical, dove si ha l'impressione di entrare nei meandri della mente di Fenriz, in particolare, e di quel suo voler starsene lontano dai centri abitati, come un eremita che si auto-impone una solitudine circondata solo dalla gelida natura della campagna norvegese.

Più in là di così, non si potrà (forse) andare, infatti i Darkthrone stessi, nel successivo "Panzerfaust" del 1995, produrranno una sorta di estensione, di add-on, di nota a margine, di appendice in cui fare i dovuti ringraziamenti. Si tratterà di un album, questa volta prodotto dalla Moonfog, etichetta di Satyr dei Satyricon, viste le polemiche cui andò incontro la Peaceville per via di alcune infelici dichiarazioni (anti)promozionali del precedente lavoro, dalla struttura disomogenea, con un'alternanza fra brani alla Bathory, brani alla Celtic Frost, un brano scritto dall'Innominabile Greifi Grishnackh, e delle screaming vocals disarticolate che ricordano Dead dei Morbid/Mayhem così come immortalato in quel "Live in Leipzig" del 1990. I Darkthrone continueranno il loro percorso fino ai giorni nostri, non limitandosi al solo Black Metal, ma lasciandosi influenzare anche dal Crust Punk o dallo Speed Metal. Di volta in volta, interpretano quello che per loro è l'"estremismo" del momento, o meglio, quel che loro vogliono recuperare dal passato per riproporlo, rispolverato, ma non troppo, ai giorni nostri. Aggiungiamo che un altro grande capolavoro del Black Metal norvegese rovisterà nella sporcizia sonora qui eletta ad arte, superandone perfino la gittata caustica: si tratta di "Nattens Madrigal" degli Ulver, anno 1997. Una registrazione ancor peggiore, con frequenze alte preponderanti e sbilanciate nel mix, quasi a voler ferire i timpani dell'ascoltatore con stilettate di gelido metallo nero.

Si raggiunge così forse un ulteriore grado di astrazione: una musica che vuole esprimere dolore, e già ci riesce mediante disturbanti chitarre distorte, furiosi blast-beat e screaming vocals corrosive, finisce per trasmettere dolore proprio in senso fisico, oltre che psico-acustico. L'uso, anche per gli Ulver, di melodie semplici e d'effetto, contribuisce a rendere l'idea d'una dimensione affascinante pur se sinistra, dove i confini fra bellezza e mostruosità diventano indefiniti, sfumati. Credo che il Black Metal, perfino in questa sua manifestazione lo-fi, sia davvero una delle ultime, vere forme d'arte moderna e sovversiva, capace di turbare, ferire e ammaliare il fruitore a tutti i livelli: musicale, visuale, concettuale.

Recensione a cura di Luke Vincent
Voto: 100/100

Tracklist:
1. Transilvanian Hunger 
2. Over fjell og gjennom torner 
3. Skald av Satans sol 
4. Slottet i det fjerne 
5. Graven tåkeheimens saler 
6. I en hall med flesk og mjød 
7. As Flittermice as Satans Spys 
8. En ås i dype skogen

Line-up:
Nocturno Culto - Vocals
Fenriz - Drums, Guitars, Bass, Lyrics (tracks 1-4), Songwriting

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