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SONATA ARCTICA "Clear Cold Beyond" (Recensione)


Full-length, Atomic Fire Records
(2024)

Santi numi: quando mi è stato suggerito di recensire i Sonata Arctica, ho provato un brivido di freddo! No signori miei, non è come pensate: sapete che adoro il Metal classico e mi piace moltissimo anche il Power Metal, e che sono cresciuto alternando con coraggio, che all’epoca non era cosa comune, Blind Guardian o Gamma Ray col peggio del peggio del Metal estremo underground. Questo continuo stare nel territorio di confine ha poi sortito i suoi effetti sulla mia cifra stilistica, e si sicuro anche all’epoca non ero il solo, ma prima dello sdoganamento totale e globale ad opera dei Children Of Bodom, ti sentivi davvero straniero in terra straniera, vituperato da tutti perché o eri troppo o non abbastanza estremo, a seconda degli ambienti che si frequentavano.

Però poi arrivano i finlandesi, e liberi tutti! Quindi per dire: io e il Power Metal (e la Finlandia!) andiamo d’accordissimo, perfino quando iniziarono a far capolino certi Nightwish, tanto per dire! Ma i Sonata Arctica, ecco: proprio loro direi di no. Mi spiace tantissimo, ma credo di aver sentito “Ecliptica” del 1999, “Silence” del 2001 e poi qualcosina sparsa qua e là: non mi interessa mai nulla dell’impianto lirico delle canzoni, e questo quasi in nessun genere, ma le canzoncine sdolcinate da adolescente in piena crisi ormonale per la solita compagna di scuola, mamma mia, io non avrei mai voluto sentirle nel Metal, e invece i Sonata Arctica ci avevano visto giusto. Dana da una parte, Tallulah dall’altra, Victoria, Shamandalie e poi Selene e quindi Mary-Lou con i soliti ragazzini timidoni che vanno in brodo di giuggiole per le classiche idealizzazioni da prima liceo.

Genio totale! Le tematiche del Pop che finivano in certo Metal, così da rendere il genere musicale maledetto per eccellenza qualcosa che sì, già iniziava a diventare normalizzato, a parlare di cose per cui non ci si dovesse più sentire degli outsider lovecraftianamente solitari sì, ma anche rabbiosi e sinistri, ma ragazzini come tutti gli altri, solo un po’ sfortunati con le ragazze, che preferiscono sempre il “batterista capellone della band”! Marketing, signori miei: si iniziava da qui, e col genere che più si prestava all’epoca, essendo quello che dava enfasi alle melodie vocali e strutturava i brani in forma canzone, proprio come la musica leggera: il Power Metal! Bene, premesso che già intravedevo nei Sonata Arctica i prodromi di uno scatafascio che poi si sarebbe davvero verificato, molti anni a venire, debbo ammettere che poi i brani dei nostri non erano male!

Certo, perché poi dobbiamo valutare la musica, e se si parla di fare grandi melodie, ottime strofe e ritornelli memorabili, allora nulla da eccepire: qui c’era ancora una qualità di scrittura e di esecuzione che era propria del Power Metal, non importa quanto Happy Metal fosse come base. Però poi dei Sonata Arctica so ben poco: mi ricordo che i loro fan, e ne ho conosciuti parecchi, fra ragazzi e (tante) ragazze, lamentavano che ad un certo punto erano cambiati e non facevano forse nemmeno più Metal. Ma a noi poco importa, perché saltiamo tutto quel che è successo dopo il 2004, anno in cui ho perso del tutto il contatto con la band, e andiamo dritti a vent’anni esatti dopo! Cosa sarà cambiato? Be’, tutto sommato me li ritrovo abbastanza in forma, i signori finlandesi!

La copertina e il logo classico rimandano proprio ai loro primi tempi, e le sonorità alla fin fine rimangono quelle di un gradevole Power Metal melodico che si lascia ascoltare, senza mai farti fermare per davvero colpito ed esaltato per un fraseggio in particolare. Diciamo, tutto normale amministrazione, ma senza quel crollo verticale che mi aspettavo e temevo, visti anche i miei pregiudizi “concettuali” sulla band. Sì, è un po’ noioso come disco, e come al solito dura troppo per i miei gusti, però più d’un passaggio riesce comunque a salvarsi come un dignitoso Power Metal che non è scaduto nell’imbarazzo da cosplayer del sabato pomeriggio come tante cosette che ho sentito ultimamente. Ci sono i momenti struggenti e stucchevoli come in passato, ma hanno mantenuto con compostezza la loro collocazione, senza pervadere tutto.

Quindi sì: una band che in teoria dovrei osteggiare, per i danni che hanno fatto al genere con una trovata di marketing che avrà di sicuro portato loro un certo successo, ma ha scalfito un’armatura che pensavamo inattaccabile e invece, adesso, come da una piccola crepa dello smalto d’un dente si sviluppa una cavità cariogena, rischiamo proprio di perderlo per intero, il dente. Ottimo, siamo arrivati all’ultimo brano, “Clear Cold Beyond”, la title-track che mi sta anche un po’ stufando, ma nel complesso pensavo di non uscirne vivo, e invece eccomi ancora qui, con tutti i denti a posto, tra l’altro!

Recensione a cura di Luke Vincent
Voto: 70/100

Tracklist:
1. First in Line 
2. California 
3. Shah Mat 
4. Dark Empath 
5. Cure for Everything 
6. A Monster Only You Can't See 
7. Teardrops 
8. Angel Defiled 
9. The Best Things 
10. Clear Cold Beyond 
11. A Ballad for the Broken 
12. Toy Soldiers (Martika cover)

Line-up:
Tommy Portimo - Drums
Tony Kakko - Vocals (lead), Keyboards
Henrik Klingenberg - Keyboards, Vocals (backing)
Elias Viljanen - Guitars
Pasi Kauppinen - Bass

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