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FOREVER FALLING "The Determinism Of Essence In Matter" (Recensione)


Full-length, My Kingdom Music
(2024)

Adesso tenterò un esercizio di stile: a me il Doom Metal non piace affatto, perché associo in automatico la musica Metal con la velocità d'esecuzione. Figuratevi quando si sconfina, come in questo caso, nel Funeral Doom, variante ancor più rallentata, dilatata, rarefatta e pachidermica. Comprendo però di trovarmi dinanzi ad un lavoro, questo dei Forever Falling, che alla pari dei debut album per i Qaalm, “Resilience & Despair” e “Unseen & Unfound” dei Wraithstorm, entrambi del 2022, risulta davvero interessante! Il Doom Metal lo si potrebbe far risalire ai Black Sabbath di "Master of Reality" del 1971 (una vera pietra miliare per tutto quel che sarebbe scaturito dopo!) o "Vol. 4" dell'anno successivo. Non credo che l'Heavy Metal nasca con i Black Sabbath, quindi tanto meno una sua variante successiva, ma capisco bene da dove nasce l'equivoco!

Staccate un ramo di sviluppo dall'Heavy Metal principale, e - non è corretto, ma rende l'idea - mandatene la direzione al contrario: se tutti i gli altri rami – Speed, Thrash, Power, Black, Death Metal - proseguono nel verso da veloce a più veloce, quest'ultimo ramo va da veloce a meno veloce, quindi da lento a lentissimo. Se andate a ritroso in questo modo, vi ritroverete dal 1980 al 1975 e a breve nel 1971, con quei Black Sabbath che finiranno allineati al vostro retrocedere in controsenso. Se Tony Iommi e Ozzy Osbourne non conoscono il Punk, perché ancora non esiste, e voi avrete sfilato l'influenza Punk dal vostro percorso per soddisfare l'esigenza di frenare e rallentare, ecco che sarete entrambi giunti al punto di incontro chiamato Doom Metal!

In pratica, i Black Sabbath vanno in avanti, voi indietro, e vi ritrovate fianco a fianco per un istante, ciascuno per la sua strada, e potete farvi pure "ciao ciao" con la manina! Ma poi c'è il Funeral Doom, che spinge con ancor più forza il freno, secondo un'operazione di estremizzazione opposta a quella tipica per accelerazione: e qui arriviamo ai nostri Forever Falling! 52 minuti di musica per appena 6 brani di durata assai estesa e strutture molto fluide, narrative e sperimentali, in cui i nostri, sempre col passo d’un elefante (animale assai amato e reso totem e mascotte dal Doom Metal e generi limitrofi, come lo Sludge e lo Stoner Metal) tentano però varie soluzioni stimolanti: le chitarre soliste sanno essere – e anche anche spesso – melodiche e malinconiche, con più d’un ricorso alle armonizzazioni di terza tanto care al Metal classico di scuola NWOBHM.

Poche, ma collocate ad hoc, dissonanze o note fuori impianto di scala (fuori armatura di chiave, per dirla in gergo tecnico!), che sono sempre ben gestite e contestualizzate, per sfruttare al massimo l’effetto psico-acustico di simili soluzioni, che creano disagio e tensione, nonché catalizzano l’attenzione dell’ascoltatore come null’altro. Ricordiamo sempre che intervalli dissonanti o note non previste dalla chiave non sono per forza degli errori, anzi: sia che vengano gestiti con adeguate risoluzioni, sia che si lascino apposta queste criticità sonore su accenti forti o mandando il fraseggio in una direzione inattesa, sono delle risorse potentissime in mano al compositore, e un loro uso sapiente può davvero fare la differenza, specie in musica “del disagio” come questa!

La voce è un growl profondissimo, ma non molto pieno e potente, ma questo potrebbe essere un effetto voluto, per manifestare la sofferenza e lo stremo delle forze, quindi un approccio un po’ diverso dall’analoga timbrica usata nel Death Metal, ad esempio! Per il resto, come sempre, quando ho a che fare col Metal “lento”, mi devo sforzate non poco per arrivare a fine album. I rintocchi di percussioni centellinati una tantum e certi passaggi con gli accordi lasciati liberi di propagarsi nell’aria (mestissima!) per lungo tempo, sono tutte coordinate stilistiche perfettamente coerenti ad adeguate al genere e al messaggio proposto, ma non mi catturano mai. Eppure ripeto: frequenti soluzioni melodiche apprezzabilissime e qualche piccolo accento su suoni disarmonici o inaspettati. Il gusto compositivo c’è, la padronanza dei mezzi pure, è solo il mio limite personale verso queste sonorità. Prendetene atto, ma mi sforzerò di essere anche giusto nella valutazione!

Recensione a cura di Luke Vincent
Voto: 70/100

Tracklist:
1. Leave Me the Stars 09:57
2. The Touch of Ice 07:48
3. September Song 07:23
4. The Wind of Remembrance 10:37
5. It Is Absence 07:03
6. To You...

Line-up:
Tullio Carleo - Guitars, Keyboards, Drums
John Suffering - Vocals

Web:
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