Intervista: NIGHTSHADE
Con il nuovo album "In Essence Divided", i Nightshade hanno compiuto un ulteriore passo avanti nel loro percorso artistico, realizzando un lavoro ambizioso, ricco di sfumature e capace di fondere tecnica, atmosfera e ricerca sonora senza mai perdere di vista la componente emotiva. Tra sintetizzatori analogici, composizioni articolate e una forte componente concettuale, la band continua a muoversi lungo territori musicali difficili da etichettare, confermando una personalità sempre più definita. Abbiamo raggiunto Thomas e David per approfondire la genesi del disco, il loro approccio alla scrittura e la loro visione dell'evoluzione del progressive metal.
1. Come riuscite a bilanciare complessità e accessibilità in "In Essence Divided" senza compromettere nessuno dei due aspetti?
Thomas: Grazie per la domanda e per averci invitato a questa intervista. Credo che la complessità delle nostre canzoni derivi soprattutto dagli arrangiamenti, più che dall'aspetto puramente tecnico dell'esecuzione. Le nostre composizioni sono sempre state piuttosto complesse nel loro insieme, sin dagli inizi dei Nightshade nel 1998. Penso che nel 2026 questa complessità si sia evoluta nel modo in cui sviluppiamo una visione completa del disco, in ciò che vogliamo comunicare dall'inizio alla fine, piuttosto che nelle singole parti. "In Essence Divided" racconta una storia completa e ogni brano è strutturato per avere un significato preciso dall'inizio alla fine. Allo stesso tempo abbiamo cercato di fare in modo che ogni pezzo raccontasse una storia distinta, ed è probabilmente questo che li rende accessibili.
2. Che ruolo hanno avuto i sintetizzatori analogici nel modificare il vostro approccio compositivo in questo album?
Thomas: I sintetizzatori analogici sono piuttosto rari nel metal, anche se erano fondamentali nel progressive rock prima ancora che esistesse il metal. Cambiano moltissimo il modo di lavorare perché, con i sintetizzatori digitali moderni, puoi programmare praticamente qualsiasi suono, ed è ciò che fa la maggior parte delle band. Gli analogici ci hanno costretti a suonare di più dal vivo, a girare fisicamente le manopole fino a trovare il suono giusto e poi cercare di catturare quell'istante. È una forma di improvvisazione e interpretazione. È un modo diverso di utilizzare i synth, più sfuggente direi. A volte certi suoni non riesci nemmeno a riprodurli una seconda volta: restano fissati per sempre sul disco.
3. Ritieni che la preparazione tecnica sia ancora essenziale nel progressive metal moderno oppure la sua importanza è diminuita?
Thomas: Dipende da cosa si intende per progressive metal moderno, perché oggi questa definizione è diventata una sorta di etichetta ombrello. In generale, però, chi suona questo genere possiede quasi sempre una tecnica molto elevata. È un po' strano definire un sottogenere in base al livello tecnico dei musicisti, ma immagino che sia più il lavoro dei giornalisti analizzare questi aspetti.
4. Come fate a mantenere coinvolgenti composizioni lunghe e articolate senza cadere nell'autocompiacimento?
Thomas: Questa è la vera sfida: come evitare di risultare noiosi. In "In Essence Divided", "Night Torn" è il nostro brano più lungo di sempre, supera i dieci minuti. La prima domanda che ci siamo posti è stata: cosa ha da dire una canzone così lunga? Se continua a raccontare qualcosa di interessante, allora può andare avanti. Se non lo fa, probabilmente è il momento di fermarsi o di esprimere le stesse idee in modo diverso. "Night Torn" aveva bisogno di tutto quel tempo perché, dopo la parte di sassofono, il brano crolla letteralmente su sé stesso per poi rinascere in maniera pesante e maestosa. Aveva semplicemente bisogno di qualche minuto in più per raccontare tutto quello che aveva da dire! (ride)
5. Quanto conta oggi l'improvvisazione nel vostro processo compositivo?
Thomas: Conta ancora tantissimo e spero continui a essere fondamentale, perché la musica è fatta di emozioni e scelte artistiche. Oggi c'è moltissima produzione e post-produzione in studio, quindi l'improvvisazione è ciò che davvero aiuta a generare idee e a dare loro un'anima, che si tratti di musica estrema, brutale oppure di qualcosa di più leggero. Inoltre, registrare momenti improvvisati può regalare quella scintilla magica a un album. Personalmente credo che questo aspetto si stia perdendo a favore di produzioni sempre più perfette e levigate.
6. Quanto è importante la coerenza narrativa e concettuale nella costruzione di un album come questo?
David: Ogni ascoltatore è libero di vivere un album come preferisce. La musica rimane sempre l'elemento centrale, naturalmente, ma per alcuni appassionati, me compreso, è bello immergersi nei testi, cercare di comprenderne il significato, interpretare immagini e metafore e vedere come risuonano con il proprio modo di pensare. "Sounds Of Dark Matter" non aveva un concept unitario, ma nei miei testi è sempre possibile trovare diversi livelli di lettura. Questa volta ho trovato interessante esplorare un unico tema, quello della creazione dell'universo, e osservare come culture differenti abbiano cercato di descriverlo.
7. Durante la composizione avete cercato consapevolmente di evitare i cliché tipici del progressive metal?
David: Non credo che durante la scrittura ci siamo mai considerati una band progressive. Quando componi sei concentrato sulla musica, non sull'etichetta stilistica che qualcuno potrebbe attribuirle. È stato solo ascoltando i mix definitivi che mi sono reso conto di quanto l'album fosse versatile e di come la definizione "progressive" potesse in qualche modo adattarsi al suo contenuto. In ogni caso è un termine molto generico: puoi inserirci sia i Queen che i Meshuggah, eppure hanno pochissimo in comune. Per me è semplicemente un'etichetta ampia che raccoglie artisti non interessati a scrivere musica esclusivamente immediata e accessibile. Certo, spesso il progressive viene associato a un'esibizione quasi indecente di virtuosismo, ma quel tipo di prog metal non fa assolutamente per me. Sono troppo stupido per godermi una canzone di diciotto minuti dei Dream Theater o degli Opeth. (ride)
8. Quale brano rappresenta meglio la vostra identità artistica attuale?
David: Curiosamente, le recensioni dedicate a "In Essence Divided" tendono a evidenziare ogni volta canzoni diverse. Alcuni preferiscono la complessità di "Night Torn", altri la psichedelia di "Of Seas And Seeds", altri ancora l'immediatezza di "Origins Of Light". È difficile riassumere un album così vario attraverso una sola canzone. Se proprio devo sceglierne una, direi "Of Seas And Seeds", perché contiene praticamente tutto ciò che rappresenta Nightshade: forti influenze del progressive rock classico, riff pesanti, linee vocali pulite e inquietanti e persino una leggera vena post-punk anni Ottanta e Novanta.
9. Quanto è stato diverso il processo produttivo rispetto alle pubblicazioni precedenti?
Thomas: L'utilizzo dei sintetizzatori analogici ha cambiato moltissime cose. Il processo creativo è stato diverso perché con questi strumenti bisogna catturare una vera performance, l'energia del momento e il gesto fisico di manipolare i controlli in tempo reale. Inoltre abbiamo impiegato molto più tempo per registrare, anche a causa di alcune situazioni personali. Nel frattempo abbiamo costruito il nostro studio domestico e iniziato a utilizzare nuova strumentazione, cosa che ha inevitabilmente influenzato il modo di suonare e percepire la musica. Nel complesso è stato un percorso di reinvenzione, una ricerca continua per capire quale dovesse essere il prossimo passo per i Nightshade e per questo album.
10. Come immagini l'evoluzione del progressive metal nel prossimo decennio?
David: Ancora una volta, considerando il progressive come un'etichetta molto ampia, credo che continuerà a svilupparsi in milioni di direzioni diverse, come una sorta di fungo inarrestabile e quasi invisibile. Rimarrà probabilmente un fenomeno underground, perché la maggior parte delle persone preferisce la semplicità e l'immediatezza, ma ci saranno sempre musicisti pronti a seguire la propria strada e a fondere linguaggi musicali apparentemente incompatibili in qualcosa di nuovo.
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