PRISON OF MIRRORS "De Sepulchris Occultis et Igne Profanationis" (Recensione)
EP, Aeternitas Tenebrarum Musicae Fundamentum
(2026)
Terzo EP per i Prison of Mirrors, che succede al full length del 2020 “De Ritualibus et Sacrificiis ad Serviendum Abysso”. Il formato dell’EP si addice maggiormente alla loro musica, costruita su lunghe tracce che funzionano come blocchi all’interno dei quali narrare la musica come i capitoli di un libro. Il sound dei salernitani è erede di quella corrente di black metal dissonante sviluppatasi negli anni 2000 e diffusasi soprattutto a partire dagli anni Dieci.
La diaspora del black metal della seconda ondata sviluppò poli opposti, uniti solo dalla volontà di allontanarlo dal naturalismo (salvo servirsene come tema per un post-rock caricaturale). Una tendenza votata all’autoindulgenza fu incarnata dal depressive/ambient negli Stati Uniti, mentre una tendenza dissonante prese il via in Europa a partire da “Grand Declaration of War” dei Mayhem, influenzando vari progetti che spesso hanno peccato di comprensione delle potenzialità dei lavori dei Mayhem degli anni 2000, il tutto non esule da commistioni a piacimento con avantgarde, industrial, alt rock o con qualsiasi elemento potesse attirare un pubblico più ampio o rappresentare il cavallo vincente delle novità da cavalcare.
“De Sepulchris Occultis et Igne Profanationis”, come le due lunghe tracce che lo compongono, è interessante da due punti di vista. I Prison of Mirrors, da una parte, sono eredi di questi linguaggi, in linea di massima già abbondantemente battuti nell’ultimo decennio; dall’altra, è palese la volontà di farli propri liberandoli dall’intromissione di elementi fuorvianti tramite la ripresa di caratteristiche della tradizione black più lo-fi e minimalista. Siamo lontani dall’autocompiacimento gotico avanguardistico dei DSO o dal surrealismo artificioso dell’alt-rock dei Dødheimsgard. Per far questo, i Prison of Mirrors utilizzano una batteria standard basata su blast beat lineari, senza eccessive divagazioni in territori jazz fusion. Le voci sono intrise di riverbero, sono in linea con il black degli anni 2000; la produzione è essenziale.
Estese sezioni doom di matrice sludge, ma che potrebbero stare tranquillamente a casa in un album degli Ulcerate, sono supportate dal basso ben presente nelle sezioni più cavernose. In ciò è udibile la militanza del batterista nell’ottimo progetto death olandese Defacement. I tempi ritmici sono informali come nella tradizione black islandese, alla quale i Prison of Mirrors continuano parzialmente a guardare, seppur ogni parvenza industrial sia praticamente assente.
Quelli che a prima vista potrebbero sembrare punti deboli per una proposta come questa si rivelano gli strumenti grazie ai quali la musica può comunicare informazioni precise, convertendo il minimalismo in massimalismo. La band fa spesso affidamento sugli elementi provenienti dal ramo depressivo/ambient, sicché a volte la tensione creata dai riff di chitarre in tremolo sovrapposti, caratteristica distintiva del black metal che lavora per accumulo di riff anziché sul riff, è spezzata. Al di là di questo lieve difetto, l’ascoltatore è immerso in un vortice preciso, le cui informazioni, pur rinunciando alla dimensione naturalista a suon di dissonanze al limite del noise, non inchiodano il linguaggio del black metal al terreno o al black d’avanguardia, se mai questo fosse mai esistito.
Recensione a cura di Gabriel “Althos” Aldo
Voto 78/100
Tracklist:
1. Chants Beneath the Shunned Shrines
2. The Devouring Fire of Demonic Doctrine
Line-up:
Nocturnal Silence - Bass
Anubis - Guitars
Lord Svart - Guitars, Vocals
Bestia - Drums
Web:
Bandcamp
Spotify

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