17/12/11

Wolves in the Throne Room "Celestial Lineage"

Full-length, Southern Lord, 2011
Genere: Black Metal

In the place of abundant life and constant song
Through pores of trees spoke ancient time

And how we can know this now
These patterns tumble through our minds
Refracting themselves through this warm prism
And are found projected and manifested
In this arching dome
Here, we come to pray
Thus I have heard, here the inner world rings
In memory of what will be
And on this night
The veil is lifted from the face of a bright inner Sun

Woodland Cathredal. Una voce di donna si erge sopra cupi riverberi, rumori del bosco, atmosphere eteree. Comincio in media res a presentarvi il probabile canto del cigno di una delle migliori band provenienti da quella che ad oggi viene indicata come la scena della Cascadia: i Wolves in the Throne Room.
Americani, vivono in una comune autosufficiente, fedeli alle tradizioni, ed alla filosofia propugnata nella seconda metà del XIX secolo dallo scrittore del New England Henry David Thoreau, autore del monumentale (ed ignorato assai dalla critica italiana), Walden, o Vita nei boschi, da cui i due fratelli Weaver sembrano attingere continuamente. Una critica, la loro, seppur velata, dei modi di vivere, dell’affannarsi della società moderna. Un ritorno alla Natura caldeggiato addirittura durante i loro live-show, durante i quali, secondo i membri, i partecipanti, dovrebbero stendersi sul pavimento e piangere, catartico sfogo provocato dalla misera della razza umana, divenuta avventizia all’avito patto di parentela con le forze naturali.

Dal punto di vista musicale, fin qui avevano proposto un canonico black metal mediato attraverso soluzioni tendenti all’ambient, e ad essere sinceri, Celestial Lineage non si discosta molto dai modelli in uso. Riff piuttosto veloci, voce scream, effetti che contribuiscono a spalancare gli angusti pertugi lasciati dall’incedere forsennato delle sei corde, batteria piuttosto varia. Il tutto intervallato da evocative strumentali, oppure da ballate decadenti affidate a voce femminili, spesso impegnate in parti recitate, sciamaniche, quasi per ricollegare la dimensione sovrannaturale alle tracce maggiormente “terrene”.

Ad un ascolto più approfondito, però, l’ultimo sforzo degli americani, svela un universo estremamente complesso, tanto da obbligare il fruitore a concentrarsi per essere in grado di assimilare, almeno parzialmente, il contenuto artistico dell’episodio discografico. Una produzione volutamente scarna,ottenuta tramite apparecchiature “antiche”, ed attitudine “do it yourself”, inoltre, accoglie il viaggiatore ignaro in una selva avvolta dalla nebbia, in cui appigliarsi ad un punto di riferimento riesce oltremodo arduo. Album in perenne trasformazione, fin dalla prima traccia, sfuggente, magico, dalle melodie leggere ma trascendenti: tutto quel che è concesso è letteralmente abbandonarsi al primitivo timor panico, accogliendo nelle cuffie Astral Blood, Prayer of Transformation, Subterranean Initiation, sentieri impervi, che conducono tutti al ricongiungimento spirituale e fisico con il Tutto, con l’Infinita Essenza della Natura. Non a caso, il disco può essere interpretato come un rituale, una preghiera lunga quasi cinquanta minuti: l’uomo, perso, si trascina quasi privo di forze, verso la cattedrale pagana, celata dalle fronde, per innalzare le sue odi all’estrema divinità.

Sacred bones crumble enshrined
Entombed in roots and stones
A dead sun burns in the hollow Earth
Nameless rivers of dust

E’ sufficiente leggere queste poche righe, tratte dall’opener, per concepire il risultato della trascuratezza, dell’incuria oramai secolare. Di notevole interesse il risvolto ecologista, temi quelli della salute ambientale cari al duo, che sembra trasudare dalle liriche, davvero ben composte, e ben interpretate.
Che cosa lascia dietro di sé questo monolite nero, venato di sapori antichi, di sciamaniche ere, di Ramo d’Oro di Frazen? Un vuoto pneumatico terribile, un senso di svuotamento difficile da controbattere; una perdita d’identità, essendo essa fusa con lo Spirito Naturale, un abbattimento morale agghiacciante. Visioni di foreste animate, di rivolta, di rivoluzione infernale, dove l’Inferno assomiglia al quotidiano, un significato di Tempo, oramai soggettivo. Fra riff, arpeggi dissonanti, grancassa martoriata dal doppio pedale, si annida una consapevolezza, una tristezza, (starebbe meglio il corrispettivo inglese grief), tale da annientare anche il più superficiale fra di noi.
Chiudo con una strofa di Leopardi, che riassume il credo del combo:

Vecchierel bianco, infermo, 
Mezzo vestito e scalzo, 
Con gravissimo fascio in su le spalle, 
Per montagna e per valle, 
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte, 
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa 
L'ora, e quando poi gela, 
Corre via, corre, anela, 
Varca torrenti e stagni, 
Cade, risorge, e più e più s'affretta, 
Senza posa o ristoro, 
Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva 
Colà dove la via 
E dove il tanto affaticar fu volto: 
Abisso orrido, immenso, 
Ov'ei precipitando, il tutto obblia. 
Vergine luna, tale

Ecco, se avete un minuto, leggete nel suo complesso il Canto di un pastore errante dell’Asia, mentre scorre Celestial Lineage. Forse non siamo così lontani. È la vita mortale.

Recensione a cura di: Thanatos
Voto: 85/100

Tracklist:
1. Thuja Magus Imperium 11:41
2. Permanent Changes in Consciousness 01:54 instrumental
3. Subterranean Initiation 07:09
4. Rainbow Illness 01:28 instrumental
5. Woodland Cathedral 05:26
6. Astral Blood 10:16
7. Prayer of Transformation 10:57

DURATA TOTALE: 48:51

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