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06/11/14

KHOLD "Til Endes"

Full-length, Peaceville Records
(2014)

I norvegesi Khold mancavano all' appello ormai da sei anni, dato che l' ultimo "Hundre år gammal" era uscito nel 2008. Per chi non li conoscesse, i nostri sono nati ad inizio millennio dalle ceneri della band Tulus, poi ricomparsa nel 2012, e hanno pubblicato il loro debutto "Masterpiss of Pain" nel 2001 per l' etichetta di Satyr dei Satyricon "Moonfog Productions", presentando un Black minimale e grezzo, arricchito da un certo gusto per il groove circolare e tendenze Black 'n' Roll vicine agli stessi Satyricon e a gruppi come i Carpathian Forest, con riff freddi in bella mostra e andamenti avvincenti in loop ossessivi; un' altra particolarità dei nostri è l' uso di testi in antico norvegese scritti dalla collaboratrice Hildr, che trattano di temi legati alla Morte e a tetre atmosfere legate alla decadenza evitando il solito satanismo blasfemo.
La formazione attuale vede Gard alla voce e chitarre, Rinn come secondo chitarrista, Grimd al basso e Sarke alle batterie.
Si parte con "Myr" che mette subito le cose in chiaro con riff ripetuto, freddo ed estraniante, discordante e dagli andamenti cadenzati, sul quale si staglia lo screaming rauco e capibile del cantante, e la batteria strisciante, in un movimento ipnotico che non gioca sulla velocità, bensì su un incedere meccanico sottolineato da arpeggi, ma che si apre in corse più tipicamente Black ricche di bordate e dove la voce viene saturata di effetti in riverbero. Si prosegue poi su coordinate Black 'n' Roll piene di trascinanti motivi cadenzati e groove ammaliante, come in "Ravnestrupe" che ha un' energia quasi punk nel suo drumming serrato e nel freddo rifting a sega elettrica, che si sviluppa in giri segaossa dove la voce, aggressiva, è però sempre capibile e più facile rispetto agli esempi estremi del genere, pur con tutti i limiti della lingua usata; "Dommens Arme" ha un inizio più melodico giocato su panzer di chitarra quasi Thrash, prima di lanciarsi in una nuova corsa da capogiro che si arricchisce di movimenti frostbitten dal sapore vecchia scuola, e che poi s' intervalla con il movimento precedente, creando una buona scala di suoni vorticanti in un songwriting che trascina attivamente l' ascoltatore e non rinuncia a ponti sonori e break oldschool, mantenendo una certa orecchiabilità anche garzie ad assoli melodici malinconici e ben sviluppati.
"Det Dunkle Dyp" si apre con arpeggi in tremolo rocciosi sovrastati dai beat cadenzati di batteria in un monolitico incedere stridente, che presenta i soliti loop di chitarra taglienti e le vocals in riverbero di Gard, in una sequenza di movimenti circolari che si protrae in un andamento forse non molto vario e minimale, ma che ha presa sull' ascoltatore creando un' ipnotica ripetizione, che trova però sfogo in un' improvvisa corsa in doppia cassa dove il rifting si fa più potente e freddo. La finale "Hengitt" ci sorprende con un basso greve che lascia poi il posto al rifting circolare di chitarre e beat controllati di batteria, nell' ennesimo loop estraniante che genera melodie atonali mutuate in vortici neri. fino alla pausa che segna l' inizio di una corsa in doppia cassa tipicamente Black, frostbitten e allo stesso tempo dall' andamento cadenzato dalla forte natura Black 'n' Roll, richiamando i classici del Black norvegese come i Darkthrone e gli Immortal; non si rinuncia ad arpeggi monolitici e ripetuti, ne a fredde bordate che dominano la parte finale del pezzo donandogli un movimento meccanico ed ossessivo molto moderno nel suo groove dissonante e claustrofobico, fino alla conclusione del brano e dell' album.
Che dire, si tratta di un buon lavoro che presenta un Black "facile" strutturato su un modello ripetuto, anche se non in maniera del tutto uguale (fortunatamente) nei brani dei nostri, giocati su cavalcate Black in doppia cassa e momenti più cadenzati dalla forte connotazione Rock, senza mai estremizzare le cose e mantenendo un songwriting accessibile. Qualcuno potrebbe usare la parola commerciale, e francamente non direbbe nulla di falso, ma condannare in toto l' album per questo sarebbe miope, dato che il gruppo sa fare il suo lavoro e suona con competenza il suo Black diretto e senza troppe innovazioni, ricco come da tradizione di freddezze atonali e di chitarre in tremolo, ma anche costellato di groove trascinanti e in loop dall' accento più marcatamente moderno. Se cercate un Black veramente malvagio ed innovativo, guardate pure altrove, se volete un buon album di genere che sa ripetere bene la sua lezione senza sbavature ne colpi di genio, questo è pane per voi.

Recensione a cura di: Davide Pappalardo
VOTO 70/100

Tracklist:

1. Myr 04:15
2. Skogens øye 04:16
3. Ravnestrupe 04:25
4. Dommens armé (Sepultura cover) 03:23
5. Til endes 03:48
6. Det dunkle dyp 04:30
7. Avund 03:29
8. Hengitt 04:41
DURATA TOTALE 32:47

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