20/10/16

TESTAMENT "Brotherhood of the Snake" (Recensione)

Full-length, Nuclear Blast
(2016) 

Attesissimi al varco dopo il soddisfacente "Dark Roots of Earth", a quattro anni di distanza da quest'ultimo, tornano i pesi massimi del thrash mondiale: i Testament. La prima domanda che molti d voi si faranno sarà banale, ma del tutto comprensibile: com'è il nuovo disco dei Testament? A questa domanda posso subito tranquillamente rispondere dicendo che  "Brotherhood of the Snake" suona grossomodo come i due album che lo hanno preceduto, particolare più, particolare meno, e in particolare è molto simile al disco che lo ha preceduto.
La produzione è la stessa, i suoni levigati ma corposi sono rimasti, così come il classico stile Testament, talvolta imbastardito da una sezione ritmica che si lancia in territori più estremi. D'altronde, lo sappiamo, quando dietro alla batteria abbiamo un certo Gene Hoglan, i blast beat e la doppia cassa prima o poi esploderanno per forza di cose.

Tutto sommato, però, a dispetto dei brani che avevamo sentito in anteprima, il disco probabilmente si manifesta più in linea coi Testament che tutti abbiamo amato tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio dei Novanta, e le incursioni nei territori extreme metal non sono poi così preponderanti, a favore di una ritrovata vena melodica che era presente anche in "The Formation Of Damnation". Potremmo, idealmente tracciare un ponte tra Testament anni Novanta e Testament post-2008, insomma. Il pezzo di apertura fa pensare ad una direzione simile a quella di "The Gathering", col suo incedere veloce e potentissimo, con grandi riff e una voce di Chuck Billy che è rimasta tale e quale a quella di venti o addirittura trenta anni fa. Sicuramente questo cantante, tra tutti i suoi colleghi thrash, è quello che si è mantenuto meglio, non rinunciando alle tentazioni in growl ogni tanto, che tra l'altro sono molto riuscite ed efficaci. 
Abbiamo però, sin da questo pezzo iniziale, la sensazione che la band questa volta non voglia troppo lanciarsi in violenza bruta, ma vuole, piuttosto, miscelare l'estremismo sonoro con grandi dosi di melodia, che si palesano in un lavoro di chitarra certosino, capace di colpire duro grazie alla solita "mano pesante" di Erik Peterson, ma che spesso trova grande simbiosi con quella più melodica e tecnica di Alex Skolnick. 
Il pezzo successivo, in questo senso, è emblematico di quanto ho appena detto; dopo un inizio travolgente a base di riff mozzafiato e batteria indemoniata, si arriva poi a un granitico mid-tempo che colpisce duro e non fa prigionieri. Ma dalla metà in poi la band si ridimensiona, e sostituisce le mazzate thrash tout-court con un refrain molto melodico, sia a livello di voce e sia a livello di chitarre, che di colpo ammiccano all'heavy classico, e quasi all'hard rock, portandoci vagamente in mente quel sottovalutatissimo disco che fu "The Ritual", con tanto di assolo da fuoriclasse da parte di Scolnick, che conclude in crescendo questo pezzo, che si rivelerà come uno dei mighliori del lotto.
Violenza allo stato brado apre "Stronghold", uno dei pezzi che già conoscevamo grazie alla sua diffusione in anteprima. La foga verrà stemperata da dei ritornelli e assoli di chitarra melodici ma allo stesso tempo possenti, grazie ad un lavoro di doppia cassa incessante. Finale votato nuovamente alla violenza, con gli ormai consueti vocalizzi in growl di Billy che sottolineano bene questi momenti.

Il quarto pezzo, "Seven Seals", è puro heavy metal con influssi hard rock, e di nuovo viene in mente un disco come "The Ritual", se non fosse per il "vizio" di Hoglan, di infarcire di doppia cassa ogni base dove possa farlo, e anche quando potrebbe non farlo, ma queste sono opinioni, si sa...Anche qui Chuck Billy dimostra di essere in gran forma, cantando alla grande un pezzo davvero melodico e di classe, sebbene non imprescindibile. 
Siamo quasi arrivati a metà tracklist, e possiamo quindi trarre qualche conclusione, prima di esaminare gli altri pezzi. Qualcosa avevo già accennato riguardo lo stile di questo album che, al netto di qualche rimando al passato, rimane in generale in linea con "Dark Roots Of Heart" e ne rappresenta idealmente la sua naturale prosecuzione. Ma forse sono insistente nel dire che stavolta la band mi sembra un po' più attenta a costruire pezzi dal sapore più melodico, e infatti anche la quinta "Born in a Rut" conferma quanto ho appena detto, sviluppandosi in un heavy metal classico con ritornelli davvero morbidi e cantabili. Onestamente quando la band rallenta a mio avviso non convince come quando si ricorda di essere una thrash metal band che ha all'attivo un album devastante come "The Gathering", per me ancora insuperato successivamente dai Nostri e che di fatto rappresenta uno dei top album di questa band. Ed è infatti con la successiva "Centuries of Suffering" che la band sembra recuperare quelle sonorità, con una canzone al limite col death metal, dove riff assassini e assoli in stile simil-Slayer si annodano tra loro e il drumming si fa devastante oltre ogni limite consentito dal thrash. Ecco i Testament che io vorrei sempre ascoltare!
Atmosfere più oscure caratterizzano "Neptune's Spear", con un assolo centrale di chitarra di gran classe, con tanto di aggiunta di chitarra gemella. Ecco, in questo caso solo la parte solista vale tutto il pezzo, alzandone le quotazioni in maniera istantanea nel momento stesso in cui parte, in un pezzo che sarebbe stato buono ma leggermente sotto le aspettative che nutriamo verso questa band.
Ed è di nuovo goduria super-thrash in "Black Jack", che parte a razzo a livello strumentale e forma una specie di contrasto con la voce di Billy, che invece si mantiene melodica anche quando gli strumenti generano il panico. Il ritornello è buono, catchy, davvero niente male e la prestazione dei musicisti, inutile che lo dica, davvero notevole, con il solito drumming di Hoglan a dettare le regole con stacchi, ripartenze e rullate di grande levatura tecnica e fantasiosa.
Il finale è davvero notevole, un pezzo come "Canna-Business" non solo si erge a uno degli episodi migliori del lotto, ma anche come ciò che ogni thrasher può desiderare da questo genere! I riff di chitarra sono fenomenali, la voce finalmente ritorna quella che conoscevamo nei primi lavori di questa band per metriche e intonazione (sebbene con qualche svisata death), e l'immediatezza compositiva dà vita ad un brano coinvolgente che non lascia tregua! Segue un altra traccia di vera goduria, la finale "The Number Game", serrata, spetata, bellissima. Batteria trita tutto, chitarre spigolose che ricordano qualcosa dei migliori Kreator d'annata e un break pesante come una bastonata chiodata in testa che giunge verso la metà, un groove irresistibile ben supportato da un Billy nuovamente protagonista con la sua voce immarcescibile. Finale di classe e potenza senza limiti, non ho altro da dire.

Conclusioni. Questo disco a mio avviso si candida ad essere uno dei lavori migliori di questa band e, a dispetto delle sensazioni non esaltanti che mi avevano trasmesso i pezzi lanciati online come preview, devo ricredermi alla grande dicendo solo che i Testament allo stato attuale hanno pochissimi rivali, sia vecchi che giovani in ambito thrash, se non nessuno...Un disco, questo, che ha saputo equilibrare anni Ottanta, Novanta e Duemila nel miglior modo possibile, fornendoci almeno metà tracklist da tramandare ai posteri e solo un paio di filler. Direi che per dei musicisti che hanno da tempo superato i cinquanta anni, questo non era affatto scontato. I Testament, per me, vincono già da ora a mani basse contro tutti i loro illustri colleghi. Non c'è ultimo Megadeth o ultimo Slayer che possano minimamente reggere il confronto con cotanta classe e potenza, e non ci sarà tantomeno l'ultimo dei Metallica a contrastarli...Attendo il nuovo Overkill per curiosità, ma sono sicuro che non riusciranno a spodestare questo monolite fatto musica. 
Qualcuno dirà che alcuni brani sono troppo di mestiere e hanno forse ragione, me ne sono accorto anche io, ma ciò non toglie che questo  "Brotherhood of the Snake" è un disco pauroso, che non raggiunge le vette di "The Gathering", ma poco ci manca. Applausi.

Recensione a cura di: Sergio Vinci "Kosmos Reversum"
Voto: 82/100

Tracklist:
1. Brotherhood of the Snake 04:14 
2. The Pale King 04:51
3. Stronghold 04:00
4. Seven Seals 05:38
5. Born in a Rut 04:57
6. Centuries of Suffering 03:34
7. Neptune's Spear 05:27
8. Black Jack 04:21
9. Canna-Business 03:47
10. The Number Game 04:38
DURATA TOTALE: 45:27

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