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KATATONIA "City Burials" (Recensione)


Full-length, Peaceville Records 
(2020)

Dopo quattro anni di silenzio discografico tornano alla carica i Katatonia, che proseguono con il cammino evolutivo pressochè costante, da sempre peculiarità tipica della band di Stoccolma che di certo non ha fatto mai mancare la creatività e la voglia di esplorare nuovi sentieri musicali ai propri fans. "City Burials" rappresenta un traguardo non da poco per Renkse e soci, giunti infatti al dodicesimo full-lenght in una carriera ormai prossima alle celebrazioni del trentennale. Trent'anni di attività che hanno esaltato, fatto discutere, e persino indignare tanti seguaci del primo corso, ma anche avvicinare in molti alla musica di una band che ha avuto senza ombra di dubbio il merito di seguire un proprio personalissimo concept, capace di seguire una linea comune pur esprimendosi in mille sfaccettature diverse. 

Il nuovo capitolo del combo svedese non si sottrae certo da ogni considerazione di cui sopra, malgrado inizi ad essere veramente difficile proseguire un percorso avviato sotto le sembianze di un personalissimo doom/death unito al fascino ed alla malinconia di un retrogusto "gothic", fino a sfociare in un'oscuro mix di progressive rock capace di non perdere il proprio marchio di fabbrica. Ma se evolversi non significa necessariamente perdere il proprio valore artistico, al tempo stesso non sempre si riesce a convincere appieno, o quantomeno risulta arduo riuscire ad esprimere in ogni occasione e nel modo giusto la propria vena artistica. Di sicuro i Katatonia non hanno mai fatto passi troppo lunghi album dopo album come tanti illustri colleghi caduti giocoforza nel dimenticatoio, hanno saputo reinterpretare il momento in periodi in cui fisiologicamente la maggiore rudezza death iniziava a perdere il proprio appeal (anche commerciale), ed a piccoli passi sono riusciti a forgiare un sound personalissimo, scevro da ogni tipo di pretenziosità, riuscendo così ad evitare di incorrere nei classici salti nel vuoto. 

Per intenderci, nel confrontare i Katatonia del 2020 con quelli del 1993 non troviamo alcun collegamento dal punto di vista musicale, eppure chi ha avuto modo di ascoltare tutti i dieci capitoli intermedi tra il qui presente "City Burials" e quel "Dance of December Souls" album che apre la discografia della band scandinava, troverà sicuramente mano a mano dei punti di contatto tra un album ed un altro. Una sorta di cammino a tappe che ci porta così a valutare il nuovo lavoro, album per certi versi arduo da assimilare che, non lo nego, mi ha portato non pochi conflitti interni nel valutare l'opera di una delle band che ho sempre ritenuto tra le più affascinanti del panorama metal mondiale, per quanto parlare ora di "metal" sia impresa piuttosto ardua. Ricollegandomi a quanto appena detto, parto dal presupposto che "City Burials" rappresenta per l'appunto l'album "meno metal" dell'intera discografia degli svedesi, quello meno chitarristico, senza ombra di dubbio il più intimistico, probabilmente il più coraggioso. Il risultato è sicuramente, da un punto di vista concettuale, quello voluto dalla band che si diverte a disorientare l'ascoltatore anche nella struttura stessa del lavoro, che parte in maniera piuttosto ingannevole per poi trasformarsi letteralmente dopo i primi brani. "Heart Set to Divide" è l'ottimo pezzo che apre il lotto: a livello di sonorità non passano inosservati i richiami al prog maggiormente ferale del periodo "The Cold Great Distance" ma sono tanti anche i punti d'incontro con il predecessore "The Fall of Heart". Un pezzo che si diverte a svariare, che non biasima un certo chitarrismo a tratti affilato ma che tiene fede al profilo basso ed alle atmosfere depressive tipiche del combo di Stoccolma. Il pezzo che spiazza è tuttavia il successivo "Behind the Blood" che arriva a toccare corde maggiormente grooveggianti, in cui fa capolino una certa orecchiabilità piuttosto insolita per una band come i Katatonia ma che al tirare delle somme non dispiace affatto, anzi... Abituati come sono a stupirci, i Katatonia imboccano tuttavia un terreno molto più intimista e "soft" a partire già dalla successiva "Lacquer". Da qui in poi passa più in secondo piano il lavoro chitarristico del duo Nyström-Öjersson mentre sale in cattedra l'animo più prog e per certi versi pop della band. Un sound decisamente snaturato rispetto al passato che a tratti riesce a risultare anche di pregevole fattura, ma che nell'aspetto generale tende alla lunga ad annoiare specie dopo qualche pezzo decisamente più fuori fase. E non si tratta certo di un eccesso di fiducia da parte della band, non si tratta certo del classico passo più lungo della gamba, ma piuttosto sembra quasi che il songwriting venga meno a livello di idee a discapito di una troppo forzata ricerca di atmosferee maggiormente sulfuree. 

L'appena citata "Lacquer" si avventura in territori maggiormente "british" scandita da un pianoforte e da atmosfere generali al limite del trip-hop, mentre la successiva "Rein" recupera di vigore con il ritorno delle chitarre ma lascia un senso di incompiuto piuttosto evidente specie nel suo tentativo, a tratti goffo, di variare ritmi ed atmosfere. Si entra così nel vivo di un album che paga alla lunga qualche passo falso di troppo: "The Winter of Our Passing", uno dei due pezzi scelti dalla band come singoli, è noiosa e scontata; al contrario "Vanishers" rappresenta un gran bel pezzo scandito dalla splendida voce della vocalist svedese Anni Bernhard in arte Full of Keys, che presta la sua opera in un insolito duetto con Renske in un brano tanto semplice quanto efficace che ci catapulta in atmosfere più "vintage" (si fa per dire). Malgrado questo nuovo punto a favore tuttavia, "City Burials" si perde soprattutto nella parte finale con una serie di brani che sanno tanto di "insipido" anche quando tentano di riapprocciarsi con il recente passato come in "Flicker" o nella brevissima "Lachesis" che alla fine risulta qualcosa più di intermezzo piuttosto trascurabile, semplicistico e senza idee. 

L'assalto finale fallisce poi l'obiettivo di rilanciare in toto un lavoro che sicuramente si lascia ascoltare ma che lascia una sensazione di incompiuto piuttosto evidente: "Neon Epitaph" torna a calcare le mani su quel "depressive prog" comune al già citato "The Great Cold Distance", mentre la conclusiva "Untrodden" riapre le porte al lato più melodico degli svedesi ma se non altro mette in mostra un refrain centrale godibile nel mezzo di un brano ben costruito e strutturato. Non nego insomma di aver riflettuto non poco sulla valutazione generale di un lavoro che, come al solito, non manca di coraggio e sfrontatezza per una band che ormai ha abituato l'ascoltatore a passi avanti graduali che magari possono piacere o meno, ma che rappresentano l'anima dalle mille sfaccettature di una band che probabilmente non smetterà mai di stupire. Come detto sopra tuttavia, evolversi non significa necessariamente salire sul piedistallo dell'insindacabilità; ed è per questo nel contesto generale che "City Burials" rappresenta forse l'album che mi ha convinto di meno nel passato recente dei Katatonia, che paga qualche passaggio a vuoto ma che al tempo stesso non lesina sorprese sparse qui e lì tra le pieghe della proposta. 

Recensione a cura di Luca Di Simone
Voto: 65/100 

Tracklist:
01. Heart Set to Divide 
02. Behind the Blood 
03. Lacquer 
04. Rein 
05. The Winter of Our Passing 
06. Vanishers 
07. City Glaciers 
08. Flicker 
09. Lachesis 
10. Neon Epitaph 
11. Untrodden

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