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BLACK METAL: blast-beat, il non-ritmo


Non so in quanti se ne sono accorti, ma il blast-beat, specie se in congiunzione con le chitarre in tremolo-picking, com'è usuale nel Black Metal, generano un effetto strano, in antitesi con la frenesia apparente in prima battuta: una velocità che è sì ultra-ritmica, ma anche anti-ritmica. Facciamo un breve riepilogo su nozioni base magari poco conosciute dai non addetti ai lavori: il blast-beat è un groove di batteria, che può suddividere varie metriche, sia pari (il classico 4/4) che dispari (7/8, ad esempio), in partizioni di 1/16°. Se lo skank-beat, nella forma base, prevede un'alternanza cassa/piatto-ride-hat in battere e rullante/piatto-ride-hat in levare con una distanza di 1/8° fra i beat, il blast-beat, nella sua forma tradizionale, prevede un dimezzamento delle partizioni, quindi un raddoppio dei colpi.

Abbiamo cassa/piatto-ride-hat in battere e rullante in levare distanziati di 1/16° l'uno dall'altro: in pratica si annullano le pause ritmiche fra i beat, generando un suono continuo a raffica (blast, appunto). Ne esistono diverse varianti, ma noi ci concentreremo su questa figura base. Il tremolo-picking invece è una tecnica chitarristica affine alla plettrata alternata, ma a corda libera, quindi non stoppata, senza palm-muting. Se eseguito con una distorsione abbastanza riverberata, si creerà un sequenza fluida di note tutte spezzate in sedicesimi, quasi senza alcun decadimento sonoro. Una nota che dura 1/4° di battuta, ad esempio, verrà spezzata in 4 sedicesimi, mantenendo un sustain costante per tutta la sua durata. Una nota così si fonderà senza soluzione di continuità con le note successive, generando un "blur" melodico continuo.


Innumerevoli possono essere gli esempi, ma vi basterà far girare "Transilvanian Hunger" dei Darkthrone, anno 1994, per avere un blast-beat (a 160 bpm di metronomo, quindi non esasperato) sotto chitarre in tremolo per quasi tutta la durata del disco. Quel che si nota, specie se si applicano queste tecniche in combinazione e per un tempo abbastanza esteso, è che la percezione ritmica sembra annullarsi, ghiacciarsi. E' come guardare un getto d'acqua che sgorga in modo uniforme: la dinamica data dallo scorrimento del liquido sembra fermarsi in un configurazione immobile, statica. A volte è possibile realizzare il movimento dell'acqua, solo interrompendone il flusso con la mano, altrimenti vi sarà l'illusione di una colata cristallizzata.

Nel Death Metal abbiamo sì il ricorso al blast-beat, spesso eseguito in varie configurazioni, ma la congiunzione con chitarre in palm-muting, quindi dotate di qualità ritmica discontinua, non produce lo stesso effetto, che invece apprezziamo quasi sempre nel Black Metal, dove anzi questa soluzione è quasi un fondamento stilistico per definire il genere, molto più delle tematiche affrontate nei testi. Sfruttando questo fenomeno, i gruppi Black Metal hanno spesso calcato la mano (in primis, appunto, i Darkthrone) per generare un flusso sonoro uniforme, monotono, senza pause, che induce quasi ad uno stato di trance. Anche qui, la semplicità compositiva non è sempre indice di banalità: approfittando, volutamente, di questo effetto psico-acustico, si è spesso riusciti ad evocare uno scenario "audio-visivo" fatto di pioggia battente, di nebbia impenetrabile, di caduta libera verso l'abisso.

Spesso, nel Black Metal, abbiamo l'impressione che si stia lavorando sul non-ritmo: a volte ci si concede perfino di sopprimere la batteria e lasciare fluire le chitarre da sole, oppure indugiare su accordi aperti e riverberati, liberi di estendersi a lungo nel tempo. Tutto questo per sviluppare un senso di "atmosfera" grandiosa eppure opprimente, vastissima eppure dagli orizzonti sfocati, indefiniti. Un'operazione volta ad astrarre perfino un genere fisico, muscolare, viscerale come il Metal: un risultato non indifferente, a livello artistico, se teniamo poi conto della giovanissima età e delle problematiche auto-lesionistiche e anti-sociali che accomunavano molti musicisti che, all'epoca, fondarono la scena Black Metal degli albori.


Autore: Luke Vincent

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