Intervista: MOTUS TENEBRAE
Dopo un lungo silenzio discografico, i Motus Tenebrae tornano con "In Sorrow’s Requiem", un lavoro che riafferma con convinzione il loro legame con le sonorità più autentiche del gothic doom. Un album che non rincorre le tendenze del momento, ma sceglie di affidarsi ad atmosfere dense, malinconiche e profondamente emotive, nel solco della tradizione che ha reso grande il genere. Abbiamo parlato con la band del nuovo disco, del processo compositivo, dell'equilibrio tra fedeltà alle proprie radici e maturazione artistica, e dello stato di salute del gothic doom nel panorama contemporaneo.
1. "In Sorrow’s Requiem" è un ritorno molto “ortodosso” al gothic doom: quanto c’è di scelta e quanto di istinto?
Salve e, prima di iniziare, grazie per lo spazio concesso.... Sì! "In Sorrow’s Requiem" e il ritorno all’ortodossia potrebbero essere un bilanciamento perfetto. L’istinto ci ha guidato verso le atmosfere che amiamo, ma la scelta è stata quella di non inseguire le mode moderne. Volevamo tornare a quel suono puro, quasi catartico, che ci ha fatto innamorare del genere.
2. Il vostro sound richiama chiaramente i grandi nomi del genere: vi pesa questo confronto?
Il confronto con i giganti (Paradise Lost, My Dying Bride o Anathema) non ci pesa, anzi, lo viviamo come un omaggio. Non cerchiamo di reinventare niente, ma di far girare con la nostra sensibilità quelle atmosfere che appartengono anche a noi. Essere accostati a certi nomi è un onore, non un limite.
3. Dopo dieci anni, è stato difficile rientrare in studio senza snaturarvi?
La sfida più grande non è stata evitare di snaturarci, ma ritrovare il fulcro emotivo che avevamo dieci anni fa. Una volta imbracciati gli strumenti, il tempo è sembrato annullarsi, il nostro DNA è rimasto intatto, solo più maturo e consapevole. E poi, tutto sommato, all’interno della band siamo colleghi e amici da una vita, conosciamo ogni nostra sfaccettatura caratteriale.
4. Il disco punta più sull’atmosfera che sull’impatto immediato: è una scelta controcorrente oggi?
Esattamente così... Oggi tutto è frenetico, "masticato" in pochi secondi. Puntare sull'atmosfera è sicuramente una scelta controcorrente, per noi è stato quasi un atto di ribellione. Chiediamo all'ascoltatore tempo e pazienza per gustare e scoprire nelle sue molteplici sfaccettature "In Sorrow’s Requiem".
5. Alcuni passaggi risultano volutamente ripetitivi: è una forma di ipnosi sonora.
Assolutamente sì. La ripetizione nel doom serve a creare un loop ipnotico che trascina chi ascolta in uno stato quasi di trance. È ciò che pretende chi ama questo genere, così è stato concepito. Non è mancanza di idee, ma la volontà di far sedimentare il dolore e la malinconia nota dopo nota.
6. Come lavorate sulle dinamiche per mantenere tensione nei brani più lenti?
Per come la intendiamo noi, il segreto sta nei dettagli minimi, che potrebbero essere un accento di batteria, un arpeggio che si apre leggermente, il timbro della voce che si fa più graffiante o più gutturale. La tensione si mantiene non alzando il volume, ma lavorando sulle sfumature e sui silenzi tra le note degli accordi.
7. La produzione è molto pulita ma non fredda: quanto è stato importante questo equilibrio?
Fondamentale. Abbiamo lavorato tanto in pre-produzione, e soprattutto in fase di mixing. Una produzione troppo "lo-fi" avrebbe reso il disco datato, mentre una troppo fredda e digitale avrebbe ucciso e affossato l'emozione dell’album. Abbiamo cercato un suono che fosse organico e profondo, dove ogni strumento avesse il suo spazio vitale all’interno del mix senza risultare asettico.
8. Quanto conta oggi la componente elettronica e di programming nel vostro sound?
Nel nostro sound la tecnologia è un servo invisibile. Usiamo il programming per arricchire le texture degli arrangiamenti (pad, synth, piccoli inserti atmosferici), ma il cuore pulsante rimangono le chitarre, il basso e la batteria. L'elettronica deve amplificare il sentimento, non sostituirlo.
9. Dal vivo riuscite a mantenere la stessa intensità emotiva del disco?
Dal vivo l'esperienza cambia, diventa fisica. Se nel disco l'intensità è introspettiva, sul palco diventa una condivisione collettiva.
10. Il gothic doom ha ancora qualcosa da dire o vive solo di reinterpretazioni?
Crediamo fortemente che ogni genere musicale viva di cicli. Forse le strutture sono state già esplorate tutte, ma la sofferenza umana (se parliamo di gothic doom metal) è universale e senza tempo. Finché ci sarà qualcuno che troverà bellezza e fascino nell'oscurità, il suddetto genere avrà qualcosa da dire sempre, a prescindere che sia un'innovazione o una sincera reinterpretazione.
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